IL CONDOMINIO, di J. G. BALLARD, la MIA RECENSIONE (NO SPOILER)

Si chiama Robert Laing; ed è uno dei protagonisti.

È sul balcone del suo piccolo appartamento; uno delle migliaia costruite all’interno di un progetto immobiliare gigantesco: grattacieli di quaranta piani ciascuno, una visionaria struttura di cemento a lanciare la sfida al cielo.

Saranno i suoi ricordi, sostanzialmente, a renderci nota la storia.

Lo vediamo guardarsi intorno, mangiare carne di cane e, con un flashback, portarci a circa tre mesi prima, a quando tutto è iniziato.

Lontano dalla City, il “condominio”, è pieno di ogni comfort distribuiti secondo criterio tra i vari piani (supermarket, piscine – di cui una con palestra -, una banca, ristoranti, e molto altro ancora); gli inquilini ci vivono come inglobati in una città verticale dalla quale fanno sempre meno lo sforzo di uscire; cito dal libro: “Il grattacielo era un’immensa macchina progettata per servire non la collettività degli inquilini, ma il residente individuale e isolato”. Questa frase è emblematica, e dà riscontro della quasi completa “spersonalizzazione” dei personaggi di cui il romanzo è motore descrittivo, come se l’accoglierli in massa con l’intento però di privilegiarne i tratti solitari, elitari delle relazioni, facesse perdergli definizione; a testimonianza che, nella bontà dello scambio psico-sociale ciascuno migliora l’immagine di sé e che quindi, se paragonati alla ricchezza di dettagli con cui Ballard descrive il “contenitore” (il condominio/grattacielo), essi divengono abbozzi veloci, delineati il necessario, come se potessero (dovrebbero?) essere considerati “interrogativi vaganti”.

Insomma, da un lato il netto contorno, il tratto deciso della struttura; dall’altro, uomini, donne, bambini, animali che assumono indefinita soggettività pur mantenendo (questo sì, è centrale nel romanzo) una cinetica “agente” degli istinti più bassi, che interagisce, si muove, “fa”.

Questa conformazione relazionale tra i due elementi (condominio / condòmini), mi suggerisce un po’ l’immagine della gestazione: dove un contenitore ben strutturato, l’utero (del quale sappiamo scientificamente praticamente tutto), che nutre e offre difesa ad un feto che è “interrogativo” appunto (non sappiamo “chi” sia – chi “sarà” – “cosa” farà), e che quindi richiamando la frase citata è esattamente “… un’immensa macchina progettata per servire non la collettività degli inquilini, ma il residente individuale e isolato”, si rapporta ad un feto che è anche questo “agente”: esso cresce, si conforma/afferma nel liquido amniotico e si rapporta anche con l’esterno – i famosi calcetti, ad esempio – che muovono e che deformano la pancia materna. Adombrando l’immagine, verrebbe quasi da definirlo un atto rivoluzionario questo dei calcettini: ok, distruttivo solo nelle volontà, perché inefficace nella pratica a causa della resistenza elastica della pelle; ma nella struttura rigida del condominio? L’inquilino che scalcia come ridurrà lo stesso (e gli altri abitanti con cui deve necessariamente coesistere, costretto ad abdicare alla sua voglia totalitaria di godere esclusivamente dei comfort tutelanti di materna-struttura?). E quest’ultima, come ricambierà tale interazione nel processo naturale che la vede veicolo donante “alla vita esterna” questo “dubbio che già vive”? Non dimentichiamo che il ventre è non solo sede di fenomeni scientificamente visibili e misurabili, ma anche di tempeste inconsce che, nella dialettica psichica madre / figlio, non fanno altro che aggiungere interrogativi misteriosi, forse paurosi anche, anziché dipanare la nebbia in chiave buona e razionale.

Mi vengono in mente le parole della pediatra e psicoanalista Francoise Dolto quando reputava (a ragione), incredibilmente interessante il paradosso (quasi malvagio, aggiungo io) della fase finale della gestazione: quando il nascituro anéla alla vita per reazione ad una condizione che inizia a rivoltarglisi contro: salvarsi dall’asfissia a cui d’improvviso lo costringe la mamma allo scadere del tempo; cito la dottoressa: “…è interessante notare come, per dare la vita, bisogna passare dalla morte…”.

“Il Condominio”, di J.G. Ballard…

Romanzo che sospende sé stesso dall’esigenza di inserirsi in una logica del “perché”, limitandosi ad un’esposizione brutale dei fatti e, in questa disposizione probabilmente, lasciare libera interpretazione. Così come ha fatto il sottoscritto. Ai lettori che vorranno approcciarsi a quest’opera, il piacere (o l’onere), di dare sfogo alle proprie ipotesi e successive tesi.

(autore: diegofanelli)

(Immagine presa da internet)

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