SMARRITO CANE, di PAULS TOUTONGHI, LA MIA RECENSIONE (NO SPOILER)

“Non riesco a pensare ad alcun bisogno dell’infanzia altrettanto forte del bisogno della protezione di un padre” ( Sigmund Freud, 1929, Disagio della Civiltà)

Il padre di Virginia ha ucciso il suo cane.
Lo ha messo sotto con la macchina.
Ok, lo ha fatto accidentalmente, ma si è liberato del corpo chissà come e chissà dove impedendo a Ginny (come veniva chiamata più spesso Virginia), di dirgli addio. Nessuna questione, un muro di gomma indifferente suo padre, per non sentire le rimostranze della moglie – una dipendenza da alcol catastrofica -, sempre avversa nei confronti del cane e della figlia in primis, che giudicava priva di alcun valore e che sottoponeva a continue vessazioni.
La piccola cade in depressione, pensa costantemente al suo fedele amico, a quando la notte per difenderlo dal freddo, poiché costretto a vivere fuori casa (altra folle decisione di sua madre), sgattaiolava segretamente, lo faceva entrare in camera sua fino a dentro al suo letto; e gli leggeva storie, mentre il cane la guardava sereno, tranquillo di avere ogni cosa potesse desiderare: la sua padroncina e la sua voce che, seppur risuonasse di cose incomprensibili, non importava: la sua dolcezza e il suo odore erano indizi oltremodo sufficienti per darle totale fiducia.

John, Peyton e Fielding sono rispettivamente marito, figlia e figlio di Ginny. Sono passati tanti anni e quella bambina è diventata donna, moglie e madre. Ha costruito una famiglia, e dell’esperienza dolorosa, traumatica della sua infanzia ha voluto fare tesoro: dove c’erano state crudeltà, disprezzo e incomprensione lei ha risposto riempiendo la sua casa di tenerezza, attenzione e amore per gli umani e per gli animali (del tutto paritari per dignità ai primi).
Ma un giorno, tutto questo equilibrio viene stravolto dalla scomparsa di Gonker: il golden retriever di Fielding.
La famiglia è sconvolta, particolarmente Ginny e il figlio, la prima perché vede reinscenarsi una vicenda gemella di ciò che aveva vissuto: una specie di eco che dal passato tornava per non darle pace, la paura di non essere all’altezza di difendere chi crede ciecamente in lei; il secondo perché Gonker aveva rappresentato molto per lui in un momento delicato della sua vita e adesso sentiva tutta la responsabilità di non aver ricambiato altrettanto.
Si apre una ricerca ricca di dettagli, e dalla quale si dipanerà molto altro fino alla fine della storia.

Ovvio immaginare che tra le pagine del libro ci sia la continua messa in evidenza della domanda: perchè tutto questo per un cane?; e, di conseguenza, cosa sono per noi queste creature?; cosa pensano, qual è la loro rappresentazione delle cose, del mondo? E soprattutto: quale il loro ruolo nelle nostre esistenze?
Domande legittime, affascinanti, aperte a numerose valutazioni a cui chiunque abbia a che fare con loro dedica almeno parte della propria più o meno dotta speculazione interattiva.
Non so se riusciremo mai ad avere delle risposte esaustive, ma una cosa è certa: il loro entrare in contatto con noi in un modo così inusuale: senza parole, attraverso diverse categorie di segnalazione, con particolari e sorprendenti atti di misteriosa consapevolezza, sembra aprirci scenari a cui la nostra coscienza ha accesso forse solo nei sogni o nelle richieste (soddisfatte) profonde di aiuto, quando il superfluo della nostra cattedratica ciarleria viene messo da parte, strappatoci d’imperio dalle profonde nostre tristezze, persi nei cunicoli bui di così tanta controversa esistenza e ridotti quasi a elementari cellule bisognose esclusive d’amore.

Quei “quattrozampe” sembrano depositari di passepartout magici a forma di occhi dalla tenerezza immensa, capaci di sostare tra i tasselli vuoti del puzzle della vita, riempirli e renderli straripanti di un unguento che guarisce e regala eccedenza.
E a me piace pensare che tale eccedenza sia la porta di una felicità che ci attende giornalmente e verso la quale per goderne appieno non dobbiamo far altro che essere ben disposti; come loro, quando mai domi alla stanchezza, ci attendono dietro le porte delle nostre case; o come Gonker, del quale però, non posso svelarvi altro…

Tutta la storia (storia vera) è raccontata dal marito di Peyton, Pauls Toutonghi, l’autore del romanzo. Scrittura asciutta e lineare.

“Le ragioni per cui si può voler bene a un animale come Jofi sono la simpatia aliena da qualsiasi ambivalenza, il senso di una vita semplice e libera dai conflitti, la bellezza di un’esistenza in sé compiuta.” (Sigmund Freud, a proposito di Jofi, cane Chow Chow, a cui era molto legato).

NB: cercate in rete qualcosa del rapporto tra Freud e Jofi: interessante.

(autore: diegofanelli)
(immagine presa da internet)

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