​LA COSCIENZA DI ANDREW, di E. L. DOCTOROW, la mia recensione (NO SPOILER)

Non so francamente quanto E.L. Doctorow e Carlo Rovelli, rispettivamente scrittore (non più in vita) e fisico, apprezzerebbero questo mio associarli forse un po’ ardito; ma l’ho fatto d’istinto, mentre ero davanti al video divulgativo del secondo circa l’inesistenza del tempo (youtube: “perché il tempo non esiste”) e fintantoché le pagine scritte splendidamente dal primo, nel suo “La Coscienza di Andrew”, continuavano a sublimare le mie sinapsi.

Per approcciarsi al meglio a quest’opera di Doctorow, bisognerebbe immaginare le conseguenze di una scrittura diversa dalle solite. Una rappresentazione differente dell’ “oggetto storia”: se i dettagli a cui spesso siamo abituati caratterizzarlo nella maggior parte delle letture generano una struttura “grande” fatta di protagonisti, comprimari, ambienti in cui essi si muovono, tutti immersi e ubbidienti ad una cronologia temporale da cui provengono e verso cui sono diretti; qui, al contrario, ci troviamo di fronte a qualcosa che manca di tali elementi di dettaglio (o comunque, se presenti, al minimo) riducendo quel più o meno comune “grande oggetto storia” ad un piccolo luogo fenomenico dall’incredibile densità: l’interno immateriale della calotta cranica di Andrew, la sua mente (termine più consono rispetto alla tradotta “coscienza” del titolo, perché più connesso col “brain” dell’originale).

Non sappiamo il luogo da cui il protagonista parli; egli si riferisce in terza persona a sé stesso; nessuna evidenza esaustiva poi di chi sia l’uomo con la quale comunichi (se non un generico “Doc”, a suggerire un ruolo di terapeuta); ma soprattutto, si perde la cognizione del prima e del dopo a cui i fatti e gli ambienti (entrambi, ripetiamo, sempre piuttosto rarefatti) si sono agganciati nella sua vita.
Perdiamo insomma il riferimento “grande storia” a vantaggio di un iper scrutamento isolato e isolante, talmente focalizzato sulla singola analisi del momento che il resto fino a quel punto narrato non conta quasi più. Si salta da una vicenda all’altra, da un’emozione ad un’altra, da un’idea ad un’altra senza apparente motivo.
E contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, Doctorow, con questa operazione stringente non limita l’azione narrativa, ma paradossalmente la densifica enormemente. Dentro la calotta cranica di ognuno, infatti, tutti gli elementi, i dati, i ricordi costituiscono una tale infinità che solo quando (e se) ci soffermiamo a pensarci in termini di grandezza, potremmo esser preda di vertigini; diversamente, non si tratta altro che di una pura condizione naturale, tanto da non accorgercene nemmeno.
E a proposito di oggetti terribilmente densi, cos’è un buco nero grosso modo?: un qualcosa, nello spazio, di talmente massivo che arrivandogli sempre più vicino il tempo rallenta a dismisura, fino a produrre una differenza di valore (con quanti sarebbero lontani da noi), dall’ordine numerico sorprendente: un secondo vissuto lì equivarrebbe a milioni di anni per tutti gli altri.
Il tempo (Rovelli lo mima con le mani) varia nello spazio, quindi: “sopra” scorre ad una velocità, “sotto” ad un’altra. Praticamente: tra la nostra testa e i nostri piedi il tempo si “muove” diversamente! (pazzesco vero?)
E se il tempo è illusorio perché non più univoco, vuol dire che alcuni aspetti dell’esistente sono meglio analizzabili eliminando appunto la variabile temporale stessa (è sempre il fisico ad affermarlo).

Ora, torniamo alla nostra mente, siamo in grado di fare questa analogia quindi: cos’è (com’è) il tempo per i ricordi contenuti in essa? E’ nullo e al contempo di qualunque entità paradossalmente, potendo riportare alla memoria immagini di noi da bambini e di noi ieri sera in un lasso praticamente istantaneo, oppure variabile, in base alle istanze mnemoniche di volta in volta necessarie ai nostri giorni, ore, minuti, secondi, ecc…
Quindi è sostanzialmente annullabile perché non più punto di riferimento ammissibile.

Ecco! Doctorow, con questo suo romanzo, diviene lo scrittore il cui unico interesse è farci conoscere Andrew senza alcuna attenzione per ciò che è superfluo, che è annullabile: il continuum temporale; fa diventare tutto una specie di flusso di pensieri che rimanda al lettore l’onere di organizzarlo in termini progressivi e di causa-effetto; ci porta così (perché solo così è possibile) “crudamente”, “violentemente”, vicino ai suoi ricordi, alle sue incredibili malefatte, alle sue stranezze, le sue idee, alle dinamiche funzionali della sua logica; come nessuno che si appresti a scrivercene “canonicamente” potrebbe sognarsi di fare! Perché siamo dentro Andrew, anzi, noi “siamo”, “diveniamo” in questo modo, Andrew!
Il lettore, dopo uno smarrimento iniziale finisce col perdersi piacevolmente all’interno, a scoprirne contraddizioni, paure, follia, genialità d’analisi, di critica e responsabilità agghiaccianti.
È come se lo scrittore ci prendesse e ci facesse attraversare il buco nero-mente del suo protagonista, privandoci del tempo di giudicarlo, e quindi concedendoci solo di “sapere” nella accezione più pura.
In ultimo, in questo viaggio privo di punti cardinali è sensazionale, meraviglioso, comprendere come si collochi, nonostante tutto (nonostante Andrew per sé stesso) la percezione dell’amore e dell’affetto; l’amore e l’affetto (e aggiungerei anche tutto il resto), per lui, assumono le sembianze di una strana “cosa”, su cui non smettere di riflettere neanche “dopo” aver chiuso il libro.
Dopo?
Prima?

Ha ancora un senso chiederselo quando egli sarà un altro dei nostri ricordi dentro l’immateriale del materialissimo nostro cervello?

(autore: diegofanelli)
(immagine presa da internet)

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