L’UOMO IN FUGA, di RICHARD BACHMAN, la mia recensione (NO SPOILER)

72.
Le ore in cui Richard Bachman afferma di aver scritto L’Uomo in Fuga.
E da un punto di vista prettamente qualitativo infatti, ad essere onesti, non si tratta di chissà quale opera. Non che ci sia necessariamente una diretta corrispondenza tra quantità di tempo impiegato e peso specifico dell’ideazione; ma dopo aver letto il romanzo, quel numero assume un potere piuttosto indicativo.
2025.
Anno di ambientazione; distopia; la popolazione è divisa nettamente in due classi: chi vive riccamente (e decisamente al di sopra delle proprie necessità) e chi sopravvive a stento nella merda, violenza e assenza di alcun tipo di speranza. L’utopia della scalata sociale e della rivincita può essere miracolosamente vinta solo partecipando ad uno dei diffusissimi reality game e quiz televisivi, tra i quali non mancano premi immensi, a costo però di mettere in gioco letteralmente la vita.
3.
I componenti della famiglia Richards: Ben – il protagonista -, sua moglie e la loro figlia gravemente malata. Fanno parte della categoria sociale che vive nella feccia. Ben non sopporta di vedere la sua bambina destinata ad una morte lenta e, non potendo permettersi i farmaci di cui la piccola avrebbe bisogno, decide di partecipare al reality che dà il titolo al romanzo: L’uomo in Fuga (Running Man, nell’originale).
30.
Questi i giorni in cui sarà fuggiasco facendo da bersaglio mobile per i cosiddetti Cacciatori, energumeni che hanno carta bianca: trovarlo e ucciderlo. Il tutto in diretta tv; se Richards sopravvivrà oltre questo tempo vincerà il premio in palio: un’immensa fortuna; altrimenti, beh, avete capito: zero sarà il numero che rappresenterà la quantità di esemplari “Ben Richards” nel mondo.
Eccola qui sostanzialmente la storia. È scritta bene, non c’è che dire, ho passato qualche ora piacevole nel leggerla, ma nulla di più.
’80 – ’90.
Gli anni in cui tra i film che passavano alla tele, mi imbattevo nella pellicola de L’Implacabile, con Arnold Schwarzenegger: una trashata della quale la cinematografia avrebbe potuto fare a meno, eppure io, vittima dei miei occhi di ragazzino, la guardavo e riguardavo frequentemente.
2017.
Anno in cui ho scoperto che tale film nasceva da una libera interpretazione proprio de L’Uomo in Fuga.
101.
I minuti necessari a rivedere L’Implacabile.
5.
Le ore, circa, che son servite a leggere L’Uomo in Fuga.
2.
Come la coppia libro e film, elementi che non c’entrano nulla o veramente poco tra loro: il secondo racconta appena “qualcosa” del primo…
Leggerlo conoscendo già la pellicola, però, ha applicato alle parole del romanzo – per mezzo della “materialità tridimensionale” dell’opera cinematografica – una forza modificante tesa all’aggiustamento continuo e alla creazione, quasi, di una storia “terza”, o meglio, di una riflessione “terza”, la seguente…
Ben Richards è un 1, ma è come se diventasse un 2 nei fatti, suddividendosi da un lato nella fisicità plastica e immobile dello Schwarzenegger sullo schermo e, dall’altro, nella caratterizzazione mentale del Richards del racconto. Due personaggi diametralmente opposti. Un po’ come se dall’attore Austriaco fuoriuscisse un’istanza più seria, necessaria per rendere “stabile” la storia di Bachman; un ibrido che dapprima fa sorridere per la sua grottesca abilità recitativa inserita in una sceneggiatura altrettanto improbabile, ma che dopo, origina un’immagine doppia di sè, la quale lascerà che la seconda, inesorabilmente, se ne stacchi, con dolore e sollievo.
E c’è di più.
Ad avvalorare e stimolare questa mia fantasticazione giunge a metterci lo zampino anche la realtà: si perché Richard Bachman non esiste! O, affermando meglio, si tratta di uno pseudonimo.
Da Bachman (un altro 1), seguendo la stessa “fisiologia magica” di quella forza modificante di cui prima, potremmo veder crearsi prima una bolla sul viso, che poi crescerebbe, crescerebbe ancora a dismisura, fino a deformarne le fattezze e a definire uno sdoppiamento quasi completo dando alla vita un gemello Stephen King in persona (un 1, che sarebbe anche un 2), che continuerebbe a sua volta ad ingrandirsi perché il “vero reale”, fino ad inglobare e a far sparire Mr. Richard Bachman.
Perché questo gioco continuo di numeri e queste bizzarre associazioni trasformanti che spersonalizzano per poi ri-personalizzare personaggi, persone e storie?
Perché nel romanzo c’è una frase che mi ha colpito profondamente:
“…Ripetete il vostro nome per più di 200 volte e scoprirete che non siete nessuno…”
200 volte…: quante sono le ore da dedicare alla scrittura per ottenere qualcosa di valido? E quando arriverà l’anno in cui nei reality show si metterà a rischio sul serio la propria vita per ottenere qualcosa di cui avremo uno sfrenato bisogno? Quale sarà il numero di componenti a cui daremo la legittimità di essere famiglia? Quanti i giorni in cui un essere umano dovrà mantenere lo status di fuggitivo per poter essere lasciato finalmente libero di perdersi? Quali gli anni in cui ho visto film idioti convincendomi che avessero un valore? Erano e saranno solo quelli della mia pre-adolescenza o continuerò a farlo randomicamente in futuro?
E quello in cui viviamo…sarebbe stato considerato un anno distopico agli occhi di un Mr. Neanderthal nel caso avesse avuto capacità di porsi questa stessa fottuta domanda?
E infine…davvero posso essere un nulla, un nessuno, pur conoscendo quasi da sempre il mio nome?…
Che splendida esperienza la lettura abbinata all’immaginazione!: possiamo terminare un libro piacevole – ma tutto sommato mediocre -, e avvertire comunque la sensazione di aver fatto un buon lavoro di crescita personale.
Perchè alla fine, non è questo quello che conta indipendentemente da cosa ha mosso questa meravigliosa prerogativa?

(autore: diegofanelli)
(immagine presa da internet)

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