UNO ZERO, di HANIF KUREISHI, la mia recensione (NO SPOILER)

Waldo è un regista che è stato un tempo molto famoso; è ormai fermo, nel vero senso della parola, preda della vecchiaia e di una profonda invalidità che lo costringe a letto a dipendere in tutto e per tutto dalla sua compagna più giovane Zee, con la quale divide le sue cospicue fortune guadagnate in tanti anni di gloria.
Hanno un amico, Eddie, squattrinato arrivista, che è ormai tutt’uno con loro; particolarmente con Zee, insieme alla quale Waldo, scopriamo subito, lo sente godere in piena orgasmica passione nella supposta segretezza della stanza accanto, mentre i due amanti davano, il vecchio decrepito e bavoso, erroneamente tra le braccia di Morfeo.

Tutto inizia così in questo “Uno Zero” di Hanif Kureishi: senz’altro uno dei libri più vicini ad un film che io abbia mai letto; la lettura scorre veloce, come una pellicola tra i rulli…

Una volta, lessi che Stanley Kubrick sul set di Shining, sembra costrinse Stephen King a sbattere la porta e andare via, perché, pare, lo avesse ossessionato a tal punto col suo patologico perfezionismo e quantomeno preoccupante metodo di ricerca d’ispirazione, che lo chiamasse addirittura in piena notte con domande del tipo: “quali sono i tuoi incubi peggiori, Stephen?”
Se facessi una forzatura simbolica, potrei affermare di vedere un Kureishi nei panni di Kubrick e il suo personaggio principale Waldo, in quelli di King; e lo farei per evidenziare il particolare cortocircuito che ho intravisto nella storia: King è uno scrittore, ok?, mentre Waldo nel romanzo è un regista; Kureishi (il vero scrittore) a sua volta crea Waldo (ci siete?), ma, anziché comportarsi coi figli della sua fantasia come un “mentalmente stabile” King, preferisce, diabolicamente, un atteggiamento da “psicotico” Kubrick! Eccola la particolare abilità che ho riscontrato nello scrittore di questa opera: far vivere ai suoi personaggi una contraddittoria tensione evolutiva lungo il cammino che, essi, credono migliore per ottenere il tanto agognato riscatto.

In “Uno Zero”, Waldo, Zee, Eddie, vorrebbero (nella finzione narrativa) essere i registi delle loro vite, dedite al soddisfacimento istintivo di desideri più infimi e bramosie; e lo fanno!, ma al contempo ne subiscono inesorabilmente un’umiliazione che è interdipendente da ogni loro mossa. Torturati in modo ossessionante e ossessivo dal loro creatore, mi hanno rivelato che c’è una tensione distruttiva nel rapporto filiale tra Kureishi e la sua “cosa”; egli è il burattinaio che ama illudere le sue marionette di essere burattinai ricorsivi: ognuno dei tre soffre a tirare i fili dell’altro, quando invece, logica fredda vorrebbe, che a soffrirne fosse solo quest’ultimo…
Sostanzialmente si guarda, “leggendo”, un metafilm: la telecamera regina è la mente dello scrittore; proietta sullo schermo-libro una storia “trina”, la cui valenza è stratificata in spessori di possesso e possessione; il trio riprodotto è sia Dio che Giobbe! (nell’utilizzare la propria cinepresa), in uno storytelling senza scrupoli, che dura veloce come un film…

Chissa come ha fatto, Hanif Kureishi, a telefonare di notte ai suoi personaggi…

(autore:diegofanelli)
(immagine presa da internet)

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