LA STANZA PROFONDA, di VANNI SANTONI, la mia recensione (NO SPOILER)

Certe storie appartengono a tutti, non si scappa. Ognuno, chi più chi meno, a partire dalla fanciullezza e man mano crescendo, ha visto la propria vita relazionale modificarsi più volte: dalla singola unità di se stessi, per arrivare al primo amico o alla prima amica; poi, verso un gruppo (o gruppi) tendenzialmente crescenti, fino ad una meschina fase di diaspora che in genere prelude all’ingresso nella fase adulta, quando i cazzi iniziano ad essere effettivamente propri e si finisce col guardare indietro ai tempi che furono con nostalgia; a volte rimorsi; a volte rimpianti.
Va da sé che, per chi scrive libri, si tratti di un argomento elettivo, e che, di conseguenza, non so con esattezza quante possano essere le storie di questo tipo tra gli scaffali delle librerie, ma senz’altro sono numerose. Così, cercare di fornire un’opera basata su questo plot, che sia degna, comporta un rischio grande.
Personalmente ritengo che un buon espediente sia trattare tali narrazioni stratificandole: la scelta autorale dovrebbe modulare la storia in sé inserendola in uno o più layers metaforici tesi a renderne piacevoli le fattezze, il gusto; corredandola di un’originalità, posticcia, sì, ma almeno (in potenza) di livello.
Elena è una persona con la quale sono in contatto su Facebook, la stimo, e ne tengo in debito conto le impressioni circa le letture; un giorno, nel mio feed la vedo postare una foto di un libro che (come scoprirò in seguito), ha proprio il tipo di sinossi in questione: “La Stanza Profonda”, s’intitola; e la copertina mi prende subito: ritrae un tizio in camicia tipo flanella rossa molto ‘90s, del quale non vediamo il capo perché completamente coperto da un elmo con due corna che spuntano dalla parte superiore e che sembrano sorreggere magicamente uno strano dado a più facce; si staglia su uno sfondo che raffigura una specie di castello riprodotto in bianco e nero.
Non chiedetemi come, ma il tutto, quasi per un atto esoterico, mi suggerisce una storia basata sul ricorso simbolico ai giochi di ruolo; e quando ne leggo qualche pagina sperando di non sbagliare…
BAM!
…ecco che tornano nei pensieri immagini di me bambino, la domenica mattina, con la tazza di latte e i biscotti in quantità industriale; davanti alla tv, con quello strano cartone animato dal titolo figo: Dungeons & Dragons.
Eccolo qui il layer che Vanni Santoni (autore del libro postato da Elena) sceglie: il gioco di ruolo per eccellenza, del quale, il mio io bambino, ancora non immaginava nulla del mondo incredibile che dietro si ergeva e che andava ben oltre la trasposizione televisiva.
In breve: Gary Gigax e Dave Arneson, americani, pubblicano nel 1974 un gioco dove l’immaginazione dei giocatori la fa da padrona: una figura principale chiamata Dungeon Master (DM), ha il compito di creare e gestire l’ambientazione e l’interazione dei giocatori (chiamati personaggi giocanti – PG) con il mondo che lui ha generato e che continua ad espandere in base alle esigenze del gameplay; inoltre, è sempre suo compito occuparsi di animare gli incontri / scontri tra i PG e altri Personaggi, definiti “Non Giocanti” (PNG) che è sempre sua cura creare.
Insomma, il DM è una specie di divinità interattiva, stabilisce le linee guida. I Personaggi Giocanti, ognuno con le proprie caratteristiche (intelligenza, carisma, destrezza, ecc. – raccolte in una “scheda personaggio”) si muovono effettuando scelte nelle situazioni più disparate.
Ma non è finita! Si perchè, tutti, dovranno a loro volta sottostare ad una forza più grande, (più grande persino dello stesso DM!): la forza ineluttabile dei dadi – le divinità ultime verrebbe da dire: violentemente eque e al contempo terribili, perchè implacabili e non evocabili per ottenere indulgenza: ce ne sono di diversi tipi, ma quello più importante e simbolicamente più rilevante, è senza dubbio il dado a 20 facce, in gergo “d20”.
Ecco il dado della copertina! Il d20!
“La Stanza Profonda”, nel suo rappresentare il solito leitmotiv della crescita, è un racconto avvincente a mio avviso, proprio perchè il layer D&D (abbreviazione di Dungeons & Dragons) fa il suo sporchissimo lavoro, e lo fa stramaledettamente bene! Ogni personaggio attende le scelte del proprio Dungeon Master di riferimento: che sia uno di loro quando giocano (o giocavano) in quello scantinato; o quello della vita reale, dove è molto più faticoso capire chi o cosa esso sia: se una vera divinità, un Nulla, oppure l’aleatorietà di un lancio di dadi.
Ho finito di leggerlo la settimana scorsa; e spinto da questa emozione evocativa, mi piace condividere un pensiero narrativo, il seguente…
Sono di fronte al mio Dungeon Master…
Mi apre una porta che chiama della “Stanza Ancora da Capire”; mi invita a scendere le scale, che sono ripide e anguste (come ogni sotterraneo che si rispetti); non vedo la sua faccia (è nascosta da un cappuccio); egli, leggendomi forse dentro, mi dice che essa si chiami  “Viso Da Attribuire”; dopodiché, si avvicina ad una sedia e mi fa cenno di sedermi.
“Che la missione abbia inizio…” dice, protendendo le mani avanti.
Poi continua…
“Siete in una valle…”, e solo adesso mi rendo conto che nella stanza non siamo soli, c’è un’altra figura, anch’essa col volto coperto, ma dall’elmo della copertina del libro con la camicia di flanella rossa molto 90s…il DM continua “…la ‘Valle della Vita, dei Libri, dei Giochi e delle Storie’, avete un compito da svolgere e ognuno di voi è un personaggio le cui caratteristiche sono scritte sul blocco di carta davanti ai vostri occhi…prima di conoscere la vostra missione, prendete visione di chi siete…”
Leggo i miei dati e adesso il Dungeon Master mi dà la parola, mi comunica: “Puoi fare una richiesta, qualunque…”
Senza esitare, chiedo: “Vorrei che l’altro PG togliesse l’elmo che copre il suo volto…”
Il DM mi porge il d20 e dice: “Venti facce…dalla quindicesima in poi, l’altro PG toglierà l’elmo…”
Effettuo il lancio…
Il risultato determinerà un aspetto importante del mio gameplay nel gioco, capire chi mi è di fronte: un uomo, una donna (magari la stessa Elena?), un mago, un elfo…o un altro me?
Con chi sto giocando?
Con chi giochiamo nella vita?
E nei libri?
E nelle Stanze Profonde di ognuno?
Il d20, intanto, ha dato il suo responso…

(diegofanelli)
(immagine presa da internet)

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