“LE NOSTRE ANIME DI NOTTE”, di KENT HARUF – LA MIA RECENSIONE (NO SPOILER)

Quando Addie, vedova sulla settantina, percorre l’isolato e bussa alla porta di Louis (coetaneo e vedovo anch’egli), la domanda, ancorché strana, è bella chiara:

“Verresti a dormire da me, quando ti va? Ho bisogno di qualcuno con cui parlare, superare la notte…”

E la cosa accade.
Nella fase della giornata dove tutto ricorda un altro giorno che termina – e l’ennesimo negativo numerico diminuisce aritmeticamente la permanenza nel mondo -, i due parlano: fanno poesia di questa matematica minaccia…è l’incanto – un po’ rassegnato e un po’ liberato – che nasce dai racconti, dalle miserie e dalle gioie delle semplici vite che hanno vissuto: protagonisti, vittime, carnefici.
Leggere questa storia delicata ha significato riflettere sull’alternativa che può ancora rappresentare, la vecchiaia, di sorprendersi con lentezza, lievità, piccoli gesti; due anziani che possono ancora donarsi briciole di vita, di cure, d’amore.
Eppure, c’è una patina triste che contamina questa narrazione: è un po’ l’arrendersi al fatto che, oltre a morire, le nostre giovinezze, le energie migliori dei corpi e delle menti che ci costituiscono, spesso vengono ipotecate da esistenze condotte in modo non autenticamente voluto. Condizionamenti, personali e sociali, sfortune, errori… 

Ho bisogno di pensare…
Smetto temporaneamente di battere le dita su questi tasti, prendo la chitarra che ho accanto (ricordo vagamente uno Sherlock Holmes, che si affidava ad un violino per aiutarsi a riflettere), pizzico una corda e il suono si propaga attorno.
Non è un suono piacevole, devo accordare, così mi aiuto tramite un piccolo microfono, un led e un display situati vicino al foro centrale della cassa: mi guidano lungo la messa a punto delle 6 note.
Eseguo il tutto automaticamente; pizzico nuovamente una corda, e come Holmes continuo a pensare guardandomi distrattamente intorno…
So che si tratta di un SOL, invece decido (per folle che possa sembrare) che si chiami Vita. Accetto la metafora, ma mi rendo conto di essere in ascolto di un suono prodotto dall’oscillazione di una Nota-Vita accordata seguendo un algoritmo elettronico…
Allora carico ancor di più la metafora: decido che l’algoritmo si chiami Convenzione (una sottile forma di condizionanento), e che devo agire sulla chiave della corda, allentarla, e produrre la mia di accordatura…secondo il mio orecchio, creare la mia Vita-Nota.

Capisco ancora di più Addie, adesso… lungo il cammino per l’isolato avrà pensato di “accordarsi” con Louis…
Avrà deciso che non era arrivato ancora il momento di smettere di suonare…

“Verresti a dormire da me, quando ti va? Ho bisogno di qualcuno con cui parlare, superare la notte…”

Le parole che si scambieranno, saranno canzoni nuove che vibreranno tra le pagine di un bel libro agrodolce…
“Le Nostre Anime Di Notte”, di Kent Haruf.

(autore:diegofanelli)
(immagine presa da internet)

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