“POST OFFICE”, di CHARLES BUKOWSKI – LA MIA RECENSIONE (NO SPOILER)

Nell’eterno appuntamento col guardarsi allo specchio l’opzione è unica, non si sfugge: vediamo noi stessi, le nostre conformazioni esteriori.
Riferendoci però al “come” ci vediamo (e premettendo un’assoluta assenza di perturbazioni “altre” – vincolandoci esclusivamente alle “nostre” caratteristiche di personalità), nei riguardi della persona “gemella” riflessa, agiamo, nel tempo: o tratteggiando nuove righe di grafite di crescita tese a modificarla; oppure, offrendo resistenza a questo atto creativo/sovversivo, lasciandola il più possibile come preferiamo (immobilmente) percepirla.
Già solo questo, sarebbe sufficiente a comprendere quante diverse sfaccettature e implicazioni entrano in gioco…
Abbiamo però premesso una cosa importante, anzi, fondamentale: l’assenza di perturbazioni esterne!
E se queste ci fossero (come difatti ci sono)? Inevitabilmente, implementerebbero la nostra quotidiana autoanalisi specchiata di molteplici fattori, generando layers introspettivi e comunicativi non sempre facili da districare.

“Post Office”, romanzo di Charles Bukowski del 1971, non mi ha colpito particolarmente “nel gusto” (l’ho trovato tendenzialmente monocorde), ma ha avuto il pregio di essere (in termini mentali) interessante: perchè disonesto, cattivo e senza alcuna intenzione di proiettare speranze o redenzioni.
Tale pregio (un po’ bizzarro per la dominante patina moralizzante che avvolge la società), ha avuto la capacità di buttarmi in faccia la piatta, noiosa quotidianità con una linearità (ecco perché monocorde – adesso con merito) alla stessa stregua di un puro “documentario” (il “regista” Bukowski davanti alla macchina da presa…Ciak, si “scrive!”).

Henry Chinaski (soprannominato Hank – una sorta di alter ego dello scrittore – tra l’altro, anch’egli postino per qualche anno) è un fottuto bastardo. Non ci piove.
Si trova, ogni giorno, non solo davanti al suo (di) specchio, ma deve inoltre affrontare tutti quegli altri specchi che perturbano la sua già disgraziata visione di sé: layers di mogli; di figli; di amanti; di scommesse; e soprattutto di datori di lavoro…fino al lavoro in sè, nella sua concezione “obbligativa” e ineluttabile…
L’impiego alle poste sembra essere l’elemento riflettente più distorsivo per il nostro protagonista…succhia ogni energia di Hank, il quale, a sua volta, priva quel demone maledetto della propria potenziale efficienza, agendo da ubriaco cronico…

Ed eccolo qui…l’alcol!…l’ossessione a cui Henry Chinaski affida la sua nera speranza escapologica dalle grinfie della omologazione, che lo vuole conforme al suo gemello riflesso produttivo…il suo gemello riflesso fedele…il suo gemello riflesso marito…padre…
La condizione perenne di ebbrezza è dunque l’abbraccio consolatorio di un dio minore (…quello maggiore, se c’è, sembra fottersene altamente), in un mondo pieno di specchi ubriacanti in cui gli omozigoti di noi riflessi spaventano…e lo fanno duramente!

Il tutto in silenzio…
Lineari…noiosi…“produttivi…”

In questi termini, molto più “mentali”, il romanzo mi è piaciuto e tanto.

(autore:diegofanelli)
(immagine presa da internet)

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