“SEMBRAVA IL PARADISO”, di JOHN CHEEVER – LA MIA RECENSIONE (NO SPOILER)

Hai presente gli aggeggi con cui sono costretti a camminare i cavalli, quelle coperture ai lati degli occhi per non poter guardare oltre un certo range laterale? 
Ed hai presente, una stazione ferroviaria nella quale, a causa di una pioggia immensa, il sottopassaggio si inonda letteralmente d’acqua?
Bene; poi ci sono io, e un libro di John Cheever in mano. 
Tutto un subbuglio, il rumore della pioggia inesorabile, mi appoggio ad una macchinetta distributrice di bevande in preda allo sconforto. Sbuffo; dò una rapida ricognizione attorno e poi con un gesto automatico apro il libro alla prima pagina: “Questa è una storia da leggere a letto, in una vecchia casa, in una sera di pioggia…”. Mi sembra uno scherzo del famigerato destino: posso solo sentire la pioggia battente, per il resto cosa dovrei fare?: uno sforzo immaginativo non indifferente per evitare di incazzarmi mi sembra l’unica opzione!
Richiudo il libro e rileggerne il titolo, alla fine mi fa definitivamente incazzare: “Sembrava il Paradiso”…
Ma non ho nulla da fare, i cartelli informativi non vengono aggiornati e la gente attorno mi infastidisce; così decido di isolarmi da tutto con questo romanzo (amo leggere, d’altronde!): utilizzo una sporgenza adiacente alla macchinetta, mi ci siedo e tutto ha inizio…
È il secondo libro che leggo di questo autore (del primo non ho alcuna memoria): mi muovo tra le parole con una modalità che sembra pericolosamente ricordarmi la volta precedente: oscillo tra facilità e difficoltà; tra senso e incomprensione; attesa del consolidamento di una storia che mi sembra di capire, per poi ritrovarmi con un grosso punto interrogativo appeso ad un chiodo conficcato nel cervello. Alzo la faccia dalle pagine e mostro la mia espressione arrendevole, stranita dal dubbio, ad un controllore che, senza che io gli abbia chiesto nulla, serra le labbra in segno di impegno e dispiacere “aziendale” (ci aggiungerei imbarazzo); ritorno sul libro, ma ogni volta che un accenno di composizione e coerenza narrativa sembra prendere forma, improvvisamente pare disgregarsi, lasciandomi di stucco… 
Eppure alcune sequenze mi rapiscono! Oh, se lo fanno! 
Si parla di un laghetto, il laghetto dei Beasley. Un certo Sig. Sears, viene descritto pattinarvici sopra, col cuore pregno di nostalgia. C’è una metafora tra il pattinare e il sentirsi a casa che è un meraviglioso incanto…
Vengo distratto dal passare di un bambino che tiene stretta la mano di sua madre mentre nell’altra stringe un giocattolo: sembra un cavallo. Il piccolo chiede alla donna di avvicinarsi al sottopassaggio.
Il pupazzetto sembra guardare nella stessa direzione. E guardo il bambino, sua madre e poi di nuovo il cavallo giocattolo.
Ho già scritto dei paraocchi vero?, beh sono i suoi…
Mi dico (un po’ bizzarramente) che vorrei essere nei suoi panni, senza vista laterale sul resto della confusione, a guardare solo davanti a me, soltanto lo specchio d’acqua. 
La parte iperrazionale nella mia mente sembra salire in cattedra, inserendosi con una “auto-domanda”: “Immagina se un cavallo vero e proprio,  coi paraocchi, si ritrovasse nel cuore della stazione adesso, davanti a questo fottuto sottopassaggio, in quest’esatta circostanza…una volta messo di fronte ad una quantità d’acqua del genere, cosa credi penserebbe che fosse?”
Il bambino mi riscuote da quest’analisi, improvvisamente, perché lancia il suo cavallo nell’immenso pantano! Sua madre si incazza (lo siamo un po’ tutti, per altri versi) e lo porta via; di loro mi rimangono solo le parole di lei che gli urla: “non si fa così!…”
Cazzo! Non si fa così! Giusto! Ma io lo rivolgo alla mia testa, al suo atto iperrazionale…

È passato qualche giorno da allora. Cercando di bloccare quell’imperativo materno in testa, ho letto tutto il romanzo nell’autobus sostitutivo che mi ha riportato a casa…durante la pausa per la passeggiata del cagnolino (quando ho riordinato alcune cose)…e poi a sera, quando,  a letto,  ho terminato la storia.
“Sembrava il Paradiso” di John Cheever: microstorie, piccoli puzzle che a loro volta generano non “una” ma, a mio avviso, “più” storie maggiormente complesse. 
Leggerlo è stato per me un atto di fede: alcune cose non hanno avuto un senso (almeno non evidente) nel gioco generale, ma hanno retto ugualmente il tutto.
È stato navigare in un indefinito piacere: goderne senza la certezza di averlo compreso fino in fondo, come se fosse connotato da una rarefazione che, ancorché limitarlo, ne è stata paradossale e piacevole peculiarità.
La storia del Sig. Sears, di Betsy, di Renée e degli altri protagonisti che alternano vicende private (comuni, quotidiane) a dinamiche interrelazionali ed impegno civico per salvare il laghetto. 
Il laghetto dei Beasley… 
Cosa ne è stato di questo specchio d’acqua, e cosa degli attori che ne hanno stabilito la fine guidati dalla regia narrativa di John Cheever?
Vi invito a leggerlo per scoprirlo… 
Ovunque sarete, però, ricordate: fate un atto di fede e vi ritroverete sempre dove Cheever vi chiede di essere all’inizio:

 “Questa è una storia da leggere a letto, in una vecchia casa, in una sera di pioggia…”

Un atto di fede…
Si, infatti, “Sembrava il Paradiso”…in realtà la normalissima, banalissima vita quotidiana: rarefatta e consistente al contempo.

(autore: diegofanelli) 
(immagine presa da internet)

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