Le formiche di Giulia

Tuo padre accorre, premuroso di arrivare prima che tu inizi a giocare, Giulia. Il posto è nutrito di gente, che guarda avidamente le pietanze calde le quali sostano quiete nei vassoi, mentre attorno, un groviglio di mani, è pronto ad afferrarne parti da digerire nel turbinio di attività che inghiottirà tutti più tardi.
Ha dolore alla schiena, sente come delle lame all’interno, gli ricordano che sono passati un po’ di anni da quando disse davanti allo specchio, avendoti in braccio: “Non sarò mai troppo vecchio per giocare con te, tesoro!”
Tutti sono in clima festoso; da dove si trova adesso non ti riconosce nella mischia, ma pochi metri ancora, e potrà cercarti. Fa attenzione a rimettersi a posto la maglietta dentro i pantaloni; ti ha sempre detto di quel gioco, Giulia: “…Tua madre voleva che io indossassi più spesso le camicie, ma io ho sempre preferito le magliette…sono più comode, si portano fuori…”; e in una occasione, mentre terminava il racconto, tu esclamasti: “Allora mettila dentro la maglietta così sembra una camicia speciale!”
Eccoti là, adesso, qualche anno dopo, in attesa di entrare in campo: la rete è in fondo, il sole splende fortemente. Tuo padre sente le voci degli altri genitori, suoni che si propagano ad un livello intermedio tra i vassoi che vanno esaurendosi del cibo al loro interno e il cielo inafferrabile. Due estremi: giù (sui tavoli) il continuo accalcarsi per riempirsi la pancia; su (sopra le nuvole), il cielo impalpabile, la vera comprensione. E le madri e i padri nel mezzo: tra terrestri egoismi e inconcepibili e amorevoli libertà, limiti estremi nei quali essi ondeggiano come sinusoidi educative.
“Papà sei arrivato, finalmente!”; le tue labbra gli sorridono. Lo osservi, cataloghi la bontà della condizione della sua maglietta, l’effettiva giustezza dell’allineamento coi pantaloni.
“Ho messo la camicia speciale!”; ti dice; lo valuti, non sapendo ancora se concedergli il tuo sorriso di assoluzione.
“Dov’è Laura?”; ti chiede. “È lì dietro”; gliela indichi.
“Ciao Laura!”; lei si volta, e lo saluta con garbo: “Ciao Enrico!”. La ragazza rivolge lo sguardo su di te. Ti fa un sorriso.
“Papà…”; la tua sospensione suggerisce che vuoi un po’ di intimità con lui, vuoi dirgli qualcosa: “Dimmi, amore”; lo fissi: “Ho sentito alcuni genitori che dicevano ai loro figli di dover vincere, ma io voglio solo stare con gli altri e giocare. Ti arrabbi se non vinco, papà?”
Ti stringe tra le braccia, i suoi palmi ti accarezzano le spalle da sopra i capelli; lo stringi a tua volta attorno alla schiena, sente le lame che riprendono a inciderlo dabbasso. Ti allontani: “Scusa, Papà! Ti ho fatto male?”; “Non preoccuparti, tesoro, non è colpa tua, lo sai che papà ha un po’ di mal di schiena…”; ma lo interrompi, riprendendo velocemente: “Per questo è colpa mia, me lo sono dimenticato!”; gli occhi ti si inumidiscono; si avvicina a te, ti mette una mano sulla guancia, delicatamente. Non sa cosa risponderti, ti osserva alla ricerca di una spiegazione che ti convinca che devi (perchè puoi) scagionarti…
Dal microfono una voce annuncia che è arrivato il momento di entrare in campo. Il piccolo torneo per bambini sta per cominciare. C’è una bella organizzazione, non c’è che dire.
Vi trovate lì per tua scelta, un tuo desiderio per la giornata di Pasquetta. Prima di quest’anno avevi solo semplicemente accettato di buon grado di seguirlo nei suoi progetti. Volendo analizzare meglio la cosa (e al contempo generalizzare un po’), c’è sempre una volta dopo la quale un concetto (in questo caso una ricorrenza), viene finalmente inteso, reso proprio dai bambini (funziona così per ogni cosa nuova in realtà, indipendentemente dall’età), la tirano fuori dall’oblio nella quale era prima relegata. Sono i segni della crescita: fino ad un momento una parola non aveva senso; da un certo punto in poi, invece, assume significato, e da esso si agisce di conseguenza. Ed è stato così per te, per questa giornata particolare, non avevi chiesto mai nulla di specifico in merito e perfino parlartene ti aveva lasciata piuttosto indifferente, ma questa volta avevi detto: “Papà, possiamo scegliere insieme dove andare?”. Lui ti ha guardata leggermente sorpreso (piacevolmente sorpreso): sapevi grosso modo che per la ricorrenza, in genere, ci si organizza con amici e si passa la giornata in loro compagnia; così, avete cercato entrambi cosa poter fare e, dal momento che ti piace giocare a pallavolo, non appena hai letto di questo posto e dell’annuncio dell’associazione di minivolley che avrebbe organizzato dei piccoli tornei per i più piccini, hai chiesto senza pensarci due volte: “Andiamo qui? Mi ci porti?”
Ti ha risposto che Papà avrebbe dovuto lavorare quel giorno (aveva il turno), ma che tu ci saresti andata lo stesso: avrebbe chiamato Laura, la tua babysitter, e le avrebbe chiesto di accompagnarti sperando non avesse già preso impegni. Per fortuna era disponibile. E’ una studentessa rimasta in città per le festività, ed era ben lieta di passare almeno qualche ora senza i libri. L’hai abbracciato forte, contenta. E sei corsa via come se volessi nascondere un pochino di tenero imbarazzo. Ti sei fermata per un secondo davanti allo specchio, ti sei guardata felice. Per un attimo, però, un’ombra sul tuo viso; hai visto il riflesso di tuo padre dietro di te: “Papà, ma non puoi proprio venire? Nemmeno più tardi?”
Ti si è avvicinato. Ti ha presa in braccio. Sembrava proprio come quel giorno…quando eri ancora nel ventre di tua madre, e lei, dietro di lui che lo prendeva in giro per l’età che avanzava (le solite battute); fu allora che si lasciò scappare quella promessa: prese in braccio sua moglie (e anche te, quindi!) e, mostrando soddisfazione per l’energia spesa, guardò verso il pancione dicendo: “Non sarò mai troppo vecchio per giocare con te, tesoro!”; e scoccò un bacio prima sul grembo e poi sulle labbra di tua madre…
Tornato alla realtà dai ricordi, ti ha sorriso, riflettendo su come eri cresciuta nel frattempo, e ti ha detto: “Cercherò di fare il possibile, promesso!”
Per qualche secondo ha avuto il dubbio che tu potessi avere in qualche modo rievocato quella promessa, come se si fosse depositata nel tuo inconscio in fase fetale e fosse venuta fuori del tutto inconsapevolmente mentre notavi voi due riflessi, in quella stessa camera. Chissà. Forse anche voi bambini siete sinusoidi, ma in modo diverso e magari particolarmente quando siete dentro vostra madre: che siate più ricettivi?, magari oscillando tra la comprensione e l’incomprensione di ciò che ascoltate, ondeggiando in questo interno di suoni?
“No che non mi arrabbio se non vinci tesoro! Divertiti e basta! Tu impegnati e non pensare ad altro, ok? Le cose che si fanno vanno fatte per bene, questo è ciò che conta veramente. Io starò qui…”; il tempo si dilata, ti sembra di intravedere gli occhi di tuo padre divenire lucidi. Crei un piccolo diversivo per evitargli l’imbarazzo, lo fai a modo tuo, gli tiri fuori la camicia speciale dai pantaloni: “Non ti serve la camicia Papà! Ti serve una maglietta! Hai mai visto qualcuno fare sport con la camicia?…Corri!!!”; e scappi via; “Dove stai andando?”; ti chiede, mentre corri via dal campo appena prima di entrare; ti dirigi verso un albero immenso quasi al termine della struttura. Non gli rispondi; così, non gli resta che staccarsi dal gruppo dei genitori con la maglietta buffamente fuori posto e raggiungerti.
C’è una zona d’ombra creata dai rami fitti. Sei in piedi, le dita tirano via piccoli pezzi di corteccia dal tronco. “Tesoro, perché non sei a giocare?”; per qualche istante ancora, continui a pizzicare quell’albero staccandone pezzi, poi: “Papà, puoi sederti un po’ qui con me?”; sei molto vicina all’albero, rendi perciò inevitabile per lui sedersi dietro di te, leggermente di lato.
“Mi manca la mamma…”;
Comprende il peso delle tue parole, gli si stampa sul viso un’espressione di forte emozione e tenerezza.
“Anche a me manca la mamma, tesoro…”;
Una fila di formiche discende da un ramo e prendendo la strada del tronco, arriva in prossimità delle tue dita. Rimani immobile, lasci salire lungo il tuo indice la piccola colonia. Il solletico che ti producono ti piace, è lieve; salgono fino al polso e continuano oltre.
“Papà, mi prendi in braccio?”;
Lui si alza subito, è pronto a prenderti: “Però stiamo attenti a non far cadere le formiche!”; aggiungi. Tuo padre annuisce: “Agli ordini amore!”; tu gli sorridi e ti prepari ad essere presa, bilanciando i movimenti dell’avambraccio affinché il tutto sia innocuo per i piccoli animali.
“Papà…se adesso facesse vento, le formiche volerebbero via, vero?”; un istante per risponderti…”Se fosse abbastanza forte è probabile, sì…”; distogli lo sguardo dai suoi occhi, guardi un attimo su in cielo, e poi la piccola colonia, stabile sulla tua pelle; non si muove un filo di vento. Avvicini un dito dell’altra mano e proponi ad una delle formiche la scelta di salirci sopra. La piccoletta si arrampica, sale sulla tua falange distale. Ne osservi la situazione. Prima che tu possa parlare, tuo padre ti anticipa: “Anche se cadessero per terra non gli accadrebbe niente, sono troppo leggere per poter rimanere schiacciate dal peso del loro stesso corpo…”. I tuoi occhi si abbassano…”E la mamma? Non funzionava anche per lei come per le formiche?”; tuo padre ti osserva con infinito amore: “No, non funzionava come per le formiche…”; ti avvicina il suo viso alla tempia, cercando le parole più giuste per poterti difendere dai tuoi stessi pensieri, lo precedi: “Quindi…è colpa mia se la mamma…”
Un colpo di vento improvviso fa volar via quegli esserini dal tuo braccio…
Laura vi osserva da lontano vicino al campo dove i bambini si danno battaglia. È contenta che tu non stia giocando a quel modo, nel bel mezzo di una competizione: troppi genitori, che pretendono troppo dai loro figli.
Hai bisogno di tranquillità, senza pressioni in questa fase della tua vita. Devi elaborare il senso di colpa enorme che ti si è instillato dentro e che ti fa sentire responsabile di tutto. Continua a guardarvi, e adesso le scappa un sorriso: vi sente ridere mentre Enrico, tenendoti ancora in braccio si sposta lateralmente e al contempo ti fa muovere su e giù.
Chissà cosa ti avrà detto per aver capovolto la tristezza di quel momento; le lame si fanno sentire, ma sono anch’esse troppo leggere rispetto al peso di quella intensa magia; e lui, non sarà mai troppo vecchio per giocare con te…
E se tu fossi un punto, grazie ai movimenti di tuo padre disegneresti quasi una sinusoide per aria…che oscilla…tra l’amore infinito che prova per te e il dolore nel suo cuore di saperti nata mentre tua madre moriva.

(autore: diegofanelli)
(immagine presa da internet)

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