“L’INFORTUNIO” di CHRIS BACHELDER, LA MIA RECENSIONE (NO SPOILER) 

Monday Night Football del 1985, si sfidano Washington Redskins e New York Giants; durante una fase di gioco, Joe Theismann (Quaterback dei Redskins) subisce un violento scontro da Lawrence Taylor e Harry Carson (entrambi Linebacker dei Giants): frattura comminuta di una gamba e carriera finita. Cito Wikipedia che a sua volta riferisce le fonti originarie: “…fu votato “Momento più scioccante della storia” della NFL da un sondaggio di ESPN, e il tackle fu soprannominato “Il colpo che non potrà mai essere scordato da coloro che lo hanno visto” dal Washington Post”.
“L’infortunio” di Chris Bachelder è incentrato su questo fatto, realmente accaduto, e rimasto tuttora notissimo almeno in America. Bachelder lo declina attraverso il racconto di ventidue uomini non più giovanissimi che da ormai diversi anni, una volta ogni anno, si incontrano in un albergo di quart’ordine, scrivono i propri nomi sotto forma di iniziali su delle palline, le inseriscono in un’urna e, in base ad alcune regole, definiscono le assegnazioni che serviranno in seguito a schierarsi muniti di magliette e protezioni: Redskins da una parte Giants dall’altra, a ricreare la tragedia.
Solo quella. Pochi istanti. Ogni maledetto anno. In un campo maltenuto, sgangherato, uomini “normali” si scontrano, dando forma a quei cumuli di corpi che per una frazione di secondo sono nitida fotografia priva di ordine (l’apparente struttura disordinata di ogni chiusura di down di Football Americano).

Dice che a definire qualcosa disordinata si ricorra ad un aggettivo improprio; ché si farebbe meglio ad adottare una locuzione del tipo: “ordinata in modo complesso”; ché ogni elemento, per quanto nascosto sotto il peso degli altri suoi consimili, sia ancora depositario della storia che l’ha portato lì ad assumere quella ripetuta staticità (ogni azione dell’American Football è in tal senso esemplare se si torna indietro col replay), e che quindi, seppur complessamente, conservi un suo racconto ordinante e definente.
È entropia spiccia e, applicata alla vicenda di che trattasi, una specie di strano replay.
Prima di iniziare la lettura del romanzo ho visto il video di quei famigerati secondi e la sequenza è forte, non c’è che dire; ho rieseguito più volte il riavvolgimento digitale, e una volta dedicatomi alla lettura, con l’avanzare delle pagine quelle scene continuavano a scorrermi davanti agli occhi: la mia stanza diveniva talvolta il campo vero e proprio del Monday Night, talvolta una delle stanze dello squallido albergo del romanzo; e spesso, molto spesso (rinvenendo da quella piccola ipnosi), focalizzavo lo sguardo su ciò che stavo sottolineando e che conducevo in maniera insolita: certo, come di consueto evidenziavo passaggi “innovativi” e pensieri illuminanti (anche  nella ordinarietà di alcuni quadretti), ma in minima parte; ciò che sentivo davvero inevitabile, mi rendevo conto con assoluta sorpresa, era che rigavo con ritmo, e piacevole affanno, tutta la parte che descriveva ciò che sapevo già a priori e che difficilmente avrei dimenticato: e cioè, esattamente i secondi inscenati della sequenza, terminanti con la rottura della gamba e che avrebbero cambiato la vita di Theismann per sempre!
Perché, mi sono chiesto?; perché ho scelto che fosse più interessante sottolineare ciò che conoscevo sin dall’inizio, la parte “storica”, “reale” (seppur riprodotta) e, alla fine, la più “scontata?”
Questa la cosa insolita!
A fine lettura ci ho riflettuto abbastanza.
Che il mio obiettivo inconscio fosse trasformare la funzione della sottolineatura?: non più eminentemente un atto per memorizzare, ma per “incollare” quelle parole alle righe tracciatevi sotto, come se queste fossero piani adesivi a cui immobilizzare e caratterizzare il punto di osservazione (i miei piedi immaginari incollati assieme alle parole)?
Credo di sì.
Credo volessi un punto fermo da cui partire a districarne il “disordine”, e coniugarlo a “ordine complesso”.
Volevo fare entropia (se questa frase avesse un senso!).
Ho imposto a me stesso: agisci in modo complementare al solito, parti dagli “oggetti fermi” che sono sotto l’evoluzione continua di quelli che gli si trovano sopra. Il quarterback è sotto, sovrastato, distrutto, nascosto: parti dalla sua fine, dalla fine di Theismann (di quale Theismann poi, di quello vero o di quello che lo interpreta? E gli altri?), e torna all’inizio!
Vai alla ricerca dell’entropia dei sistemi-vita di quei ventidue uomini!
Dirigiti verso la comprensione (immaginazione?) di quanta unicità ci sia in un gesto ripetuto, e di come l’ “universo scrittura” a volte riservi le migliori parti nel non detto!
Le migliori parti nel non detto… 

Ringrazio a tal fine la bella penna di Bachelder, che ha reso capace questo particolare approccio alla lettura; è un autore che continuerò a tener d’occhio, sperando si continui a tradurlo. 

(autore:diegofanelli)
(immagine presa da internet)

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