“LIFE”, autobiografia di KEITH RICHARDS

Una volta lessi in un libro questa frase (a proposito del rapporto tra i romanzi e la capacità degli stessi di trattare la realtà): “un romanzo opera come uno stelo di una pianta che inseriamo in acqua: per continuare a vederlo dritto, bisogna operarne una stortura precedente all’immersione”. Così, quindi, agirebbe la fantasia: “alterando” e/o “inventando” per darci la possibilità di accedere e comprendere l’esistenza.
Mentre scrivo, sono sul treno che mi porterà a casa; la mia giornata ha terminato la sua prima parte (il lavoro) e io torno per completare la seconda. In cuffia ascolto il live degli Stones al Glastonbury Festival del 2013.
Mentre attendo i venti minuti buoni alla partenza, mi chiedo: ma quando leggiamo una biografia (invece di un romanzo), essa, come opera circa l’analisi della vita? Il racconto biografico (mantenendo la stessa metafora), partirebbe quindi da un assunto opposto a quello del romanzo: lo stelo è dritto stavolta (è la vita “accaduta” che viene descritta), e io lo immergo in acqua…
Mentre ne osservo mentalmente la discesa, le parole lette su Keith Richards, chitarrista dei Rolling Stones, mi scorrono randomicamente davanti, coprendo la deformazione della pianta e “scrivendosi” da sole sul piano bagnato.
Nacque il 18 dicembre del 1943; il piccolo Keith iniziava la sua vita on the road sin da quando occupava il posto sulla bicicletta guidata da sua madre Doris (la chiamerà sempre per nome, così come il padre Bert), rischiando l’insolazione. Crescendo, sarà continuamente in giro per il mondo; pagina per pagina si dipanerà un racconto onesto, sincero, privo di buonismi (e c’era da aspettarselo, visto il personaggio), ma rivelatore di un Richards sorprendentemente (almeno per me) meno “figlio di puttana” di quanto ci si potrebbe attendere. Una sorta di mascalzone che, “ahilui”, sa anche non dimenticare il cuore (solo se è proprio necessario, però!).
E poi l’incontro e l’amicizia (tutt’ora fraterna) con Mick Jagger (anche se dice di non entrare nel suo camerino da almeno vent’anni), a cui dedica le parole più dure.
Una vita sempre al limite: le droghe; il non dormire per giorni perché totalmente preso dalla musica; le donne; i figli; la chitarra (ovviamente!) e gli accordi aperti; il matrimonio con Patti Smith alla cui prima cena di presentazione ai genitori, darà in escandescenze rompendo letteralmente una chitarra sulla tavola imbandita! E mi fermo qui, con elementi sparsi qua e là, altrimenti cosa vi rimarrebbe da leggere?
È davvero una bella autobiografia; e devo dire che l’ho apprezzata ancor di più quando, saltuariamente, l’ho accompagnata in sottofondo con qualche loro canzone: sembrava che il vecchio Keith stesse suonandola attraverso la lettura…
Concludendo,
non so di preciso rispondere alla metafora dello stelo dritto delle biografie che immeefia…
Davvero, non saprei.
Ma posso comunicarvi quello che questa specifica autobiografia ha fatto con me…
Avevo sempre tifato per Jagger (e continuerà a piacermi quel maledetto!); ma ora so, che il cuore e la mente degli Stones rispondono ad un solo signore:
Mr. Keith Richards!

Il concerto continua nelle mie orecchie, il treno arriva a destinazione: mi è quasi sembrato andasse a forza di rock’n’roll!

Well done, Keef!

(NB: Keef, è il soprannome con cui viene spesso indicato Keith Richards)

(autore: diegofanelli)
(immagine presa da internet)

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