Trainspotting, di Irvine Welsh (NO SPOILER)

TRAINSPOTTING di IRVINE WELSH
(NO SPOILER)

Entrò quel tipo che faceva da rappresentante d’istituto e disse che nel pomeriggio avremmo visto Trainspotting, l’adattamento cinematografico dell’opera di Welsh.
Era il 1997, avevo diciassette anni: e io ci andai a scuola quel pomeriggio, con un po’ di ritardo ma ci andai: non sapevo se l’avrei visto oppure no però quel film, mi mantenni sulla porta senza effettuare una scelta, riflettendo sul da farsi in base alle immagini che furtivamente analizzavo. Mi bastò osservare quel tizio, “Rent Boy”, spingersi due supposte di oppio nell’ano, vederlo successivamente rovistare nel water pieno d’acqua sporca delle sue (e non solo sue) feci tentando di recuperarle, per poter dire: “fate tutti schifo, non voglio avere niente a che fare con voi…”; un “io sono migliore” neanche tanto inconsapevole…
Scelsi di andarmene, scelsi di non guardare, scelsi di non sapere cos’avrebbe fatto, chi fosse e soprattutto “perché”, Rent Boy.
Potrei allora concludere che Trainspotting libro (e anche il film, di conseguenza) sia un racconto su dei tossici che fanno qualunque cosa (qualunque, davvero, siatene consapevoli) per accelerare il loro processo di autodistruzione; che non hanno né capo né coda; che rappresentano lo sporco della società da cui doversi salvare; il lurido da cui non lasciarsi contaminare; e potrei continuare per molto…
Però oggi, alla soglia dei miei 37 anni, se dicessi davvero questo, vorrebbe dire che quel pomeriggio del ’97 le supposte di oppio io me le sia magicamente ficcate nella mente (e che l’abbiano resa, in questi anni, un “ano”) e infine, che da allora continuino ad anestetizzarmi; significherebbe dire di non essere ancora in grado di comprendere che ciò che Trainspotting fa é un’operazione (forte, dura, schifosa, questo si) di de-costruzione, de-strutturazione delle convenzioni (e “convinzioni”) sociali, per le quali basta avere (ad esempio) un mutuo in banca per una villetta a schiera con gli infissi kitsch oppure una macchina di cui parlare fintamente delle caratteristiche, seduti a cena con amici di cui non c’è ne frega nulla, per essere “vivi”, perché ormai ridotti a “consumatori che respirano” anziché “umani che comprano” ognuno potenzialmente “tossico” e “dipendente” da qualcosa: Rent boy & Co. da sostanze stupefacenti, e noialtri di “oggetti che fungono da status symbol” resi orfani della verità “sul noi”.
Leggiamo di aghi di siringhe che si iniettano in vena sostanze; ci dovremmo rendere conto di quante “droghe metaforiche” assumiamo per i canali venosi della vita…
Ecco, ho letto Trainspotting di Welsh (e visto il film) in questo 2017 (le due opere a mio avviso si completano, differendo un po’ in alcuni punti – e il film è più organico e fluido, bisogna ammetterlo), perché sto cercando di togliermi le supposte dal culo che rischiano ancora giorno dopo giorno di “diventare” la mia mente; lasciandole cadere e dimenticandole nel cesso.
Voglio cercare di vivere senza oppio mentale, o meglio: non voglio diventare un asceta privo di vizi (che sia chiaro, molto chiaro), ma neanche un androide programmato da manager di multinazionali.
Voglio solo ambire a vivere la mia esistenza nella sua completezza: “linda e sporca”, purché consapevole.
Insomma, devo sapere di cosa “mi faccio” e poter smettere quando non voglio.

PS: attualmente è nelle sale cinematografiche “Trainspotting 2”, tratto dal libro “Porno”, sempre di Welsh.

(autore: diegofanelli)
(immagine presa da internet)

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