La mia arroganza sull’arroganza di Becky

Mi fa molto ridere il tuo modo di fingere Becky. T’aspetti che in un giorno di Dicembre basti un paio di occhiali da sole e cogliermi alla sprovvista mentre raccolgo la merda del mio cane per non farti riconoscere.
Quello che non ti è chiaro è il concetto di “evidenza”, te lo spiego con un esempio di quelli che perfino tu puoi capire: un tempo (ma accade terribilmente anche oggi per film di quart’ordine), le scene cosiddette “action” erano realizzate con l’attore che fingeva un’azione (sciare, guidare, ecc…), e lo sfondo inserito posticcio in fase di montaggio. Vedi, Becky, la resa del tutto è la messa in scena mal caratterizzata del protagonista, lo spettatore in bilico tra il ridicolizzarlo e il mal digerirlo come fosse cibo avariato.
Ed è ciò che è appena accaduto: il tuo viso pretenziosamente nascosto da quel paio di occhiali, la tua tipica espressione da diva convinta che il mondo le cospiri contro, che se solo avesse l’opportunità di uscire dal paradigma di abitante di un piccolo paese, per giunta madre, per giunta moglie, sarebbe finalmente realizzata e riconosciuta: tu, la protagonista; il putrido contorno da paese decadente che ti affligge (e i vincoli autoimposti di mamma e moglie), i posticci dietro cui ti nascondi con malcelata insofferenza. Un'”evidenza” non nascondibile, mia cara. 
Sai cosa mi fa ancora più ridere e al contempo incazzare? Il fatto che tu non ne sia consapevole, o meglio, il tuo crederti consapevole, che è decisamente peggio! C’è uno strato sottile tra i livelli “intelligenza” e “ignoranza”: è quello in cui tu ti muovi, quello in cui la presunzione di esserlo, intelligente, ti convince d’avere attorno solo una pletora di idioti ai quali concedi, al minimo, il difetto di non poterti comprendere, e, al massimo, l’impossibilità di potersi permettere di salutarti perfino.
Il problema per te (e di questo invece sei inconsapevole), è che la pletora non è l’ultimo insieme rappresentante l’umanità, ma solo l’ultimo sottinsieme, inglobato a sua volta in uno di gente senziente (che sì, si rimpicciolisce sempre più, te ne dò atto, ma che ancora persiste). A quest’ultimo insieme tu sei aliena, Becky, e, cosa più grave, non sei in grado di valutarlo.
Ecco perché la merda del mio cane non mi ha distratto dal vederti: l’alieno è sempre riconoscibile, non diventa un fantasma con un semplice paio di occhiali e un cane in posizione liberatoria nei paraggi.
Ti vedrei bene in quei siparietti da finta tonta vicino alla porta di un ascensore quando percepisci che qualcuno è in arrivo al portone a pochi metri da te: l’ascensore rumoreggia, apre le sue porte automatiche, l’estraneo sta arrivando, la sua voce invade l’androne e tu entri dentro, scappi, premendo il pulsante facendogli perdere il momento buono per unirsi a te nella corsa per salire al piano. Schizzinosa, Becky!
C’è un che di schizzinoso, sí, in te, selezioni la gente all’ingresso del tuo ego e la tua particolarità è che la tua scelta non è assoluta. Mettiamo un individuo ammesso all’interazione con te, d’accordo? non è detto che ci rimanga, anzi, c’è da starne certi che non glielo concederai. Mi spiego meglio…
Mi fai ricordare certe insegne del quartiere povero di Mertens, spente per mancanza di elettricità, i poveri proprietari che fanno la fila a pagare le bollette in mora dopo aver quasi mendicato il denaro dai clienti dei loro squallidi ristoranti. L’insegna si riaccende, ma è solo questione di tempo, si rispegnerà alla prossima maledetta insolvenza.Mi diverte immaginare la gente che ti può avvicinare come queste segnaletiche di Mertens: accese e spente, adatti o inadatti a te.
Quel che non capisci, Becky, è che sei tu l’insolvente; e che se loro sono luminarie del quartiere di Mertens, tu sei la meschinità del quartiere stesso. Potrei chiamarti Mertens, se non fosse che suoni vagamente maschile e che le tue curve sono più morbide della spigolosa architettura d’attorno.
Se tu fossi capace di recitare ti vedrei perfettamente come comparsa principale del video Other People degli Lp, saresti quella che rimane fregata al termine, guarda le altre due andare via in macchina dopo essersi scattate un selfie. Il tuo problema, uno dei tanti, è che scambi le tue convinzioni circa il mondo con la realtà: se fossi davvero la protagonista di Other People (la cantante, non la comparsa), ti piacerebbe trasformare tutta la restante umanità nel video Misread dei Kings of Convenience, etereo fino a sfociare nell’ingenuità da campagna, da prato inglese sospeso tra la volontà tranciata di cannabis e un Heden da cocaina priva di effetti collaterali; e in questo dualismo tu regneresti. Ma questa tua visione è solo la tua ennesima; non è ciò che “è”, e per me che ti leggo (ti percepisco), sarebbe fin troppo facile attribuirti l’etichetta della totale idiota, ma non lo farò; c’è in te una sottile linea di senso che ti voglio accordare, e dalla quale trai il minimo indispensabile per fottere il cervello di quel piccolo sottoinsieme, poco o nulla senziente, che ahimè ci attornia.
C’era una cinesina stamattina, camminava attenta a non far cadere il suo cappuccino mentre nell’altra mano stringeva il suo cornetto. Si è seduta vicino a me, la testa rivolta verso la finestra del locale, di quelle che sanno di antico, che sembrano rievocare una croce nera se le guardi dimenticandoti del contesto a cui appartengono. Io le vedevo le spalle, potevo solo intuire il viso pensieroso, la tazza che s’avvicinava alle labbra e che  riscaldava. Mi ha ricordato quei momenti di relax durante le sporadiche vacanze; quando entri in uno Starbucks, ci entri molto presto per godere della mancanza di calca; vedi solo estranei (quei pochi), la città ancora da scoprire, la sottile ansia che monta lentamente in vista dell’itinerario della giornata; scrutare la straniera che ti siede vicino, le sue tempistiche nel servirsi, deliziarsi del tempo da dedicare ad un’inezia del calibro di una colazione.
Noi viviamo in un paesino, Becky, lo sai benissimo, e da noi è più facile immaginarsi uno Starbucks sorgere all’improvviso piuttosto che una cinesina con cappuccino e cornetto attraversare le listelle di legno per terra del Vigghins e raggiungere la finestra dal finto crocifisso.
Per questo ne sono stato così incuriosito. E l’avrei voluta tanto avvicinare, chiederle di lei, della sua terra, dei suoi crocifissi.
Se tu fossi la cameriera del Vigghins e se dovessi fare le pulizie, ti avvicineresti al suo tavolo, le chiederesti di spostare le gambe e le passeresti il panno bagnato col detersivo preso in offerta. Lei, gentile da brava orientale, ti sorriderebbe e agirebbe immediatamente scostandosi, il cornetto ancora in bocca e tu le chiederesti scusa nel modo in cui non si chiede scusa: sorridendole a tua volta e farfugliandole tra i denti un paio di insulti nel nostro dialetto che lei non capirebbe, ma a cui, non volendo risultare sgarbata per questa mancanza (la sua?), si sforzerebbe di rimediare chiedendoti in italiano di ripetere per favore. E tu infileresti ancor più il dito nella piaga, aggiungendo un insulto alla lista e voltandoti le daresti le spalle, lasciandola col suo cornetto in bocca a chiedersi se non sia il caso di cambiare posto, per evitare di rovinare il tuo lavoro e mancare di rispetto a quella cameriera che le aveva sorriso.
Cosa sei in fondo, Becky?
Sei l’arroganza a cui rispondo con questa mia arrogante prosa.
La tipica stronza di paese dalle grandi prospettive, che sarà resa gravida e che sfornerà figli a cui davanti agli amici reciterà l’amore, ma verso i quali coverà un odio sottile che si tradurrà in tante piccole mancanze nel ristretto contenitore della tua abitazione, con arroganza definito il tuo focolare.
E io chi sono, Becky?

(continua…)
(autore: diegofanelli)
(immagine presa da internet)

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