Le linee di batteria di Tony Hajjar

Penso che mia moglie, se non lo facesse di già, dovrebbe comunque tradirmi.
Che una storia d’amore, per durare, non possa (e non debba) basarsi sulla verità è ormai pacifico, a meno che non la si voglia porre alla stregua di una bomba a orologeria: non importa quanto farete finta che il tempo non stia scadendo distratti dalle vostre promesse, esploderà! 
Ho sempre ammirato le storie metropolitane sulla formazione delle band, i garage che s’improvvisavano sala prove, nidi di decibel fuori controllo, noi piccoli uccellini in attesa della cibaglia di madre musica.
E giù a suonare, riprovare, bestemmiare sui riff che non ti vengono fuori, e la scuola, e la band, e le sigarette, e ancora la band e poi si cresce e nella maggior parte dei casi si sfascia tutto.
Anche per noi funzionò così.
Perché non avemmo l’intuizione di Johnny
L’intuizione di Johnny non è altro che tre punti da seguire. I primi due ti vengono grossomodo facili, ma per il terzo la strada è dura.
Punto numero uno: impara a suonare più strumenti.
Punto numero due: tra i membri della band scambiarsi regolarmente i propri strumenti di elezione. 
Punto numero tre: la musica non va cercata e soprattutto non va posseduta, è una condizione d’amore che è incontro casuale privo di promesse cristallizzanti. Insomma, la musica,  come l’amore, è una puttana. 
Pensate ad una canzone, va bene? Una di quelle che vi fanno impazzire…Ok, immaginatevi a doverla ascoltare continuamente, badate bene che ho detto “doverla” (non siete voi che lo scegliete), d’accordo? Beh, io sfido chiunque, ogni fottuto amante della musica a non stancarsene!
È logico, giusto? Assolutamente normale, diciamo pure di un’evidenza talmente plateale da risultare banale (e parliamo di una canzone, soltanto tre-quattro minuti di note e armonia!);  adesso immaginate invece l’amore canonicamente inteso…te e lei, lei e te,  e ancora te e lei, e lei e te, e così via: a passare le stagioni, i pranzi dai suoi e dai tuoi, a raggiungere compromessi continui, fino addirittura mediare sulla varietà di biscotti da acquistare… Beh, se la vostra canzone numero uno e i suoi quattro minuti medi suonati di continuo vi avevano stancato con quella potente evidenza, perché allora decidiamo di stabilire un legame che sappiamo già finirà col prendersi tutto di noi nell’imposto (e giurato) ripetersi?
Quanti sono i comici che hanno ripreso questo leit motiv? Non si contano; quante volte i vostri amici sposati vi hanno dichiarato la loro invidia spudoratamente quando siete nella condizione di single? Non si contano; quanti divorziati (grane economiche post matrimoniali a parte) dicono finalmente di aver ripreso a vivere? Non si contano, cazzo. 
È così mastodontica la natura perdente di un legame di questo tipo che il nostro rifiutarlo dovrebbe modificare le nostre tendenze sociologiche sin nella profondità del codice genetico, semmai ce ne fosse presenza!  E invece tutti (quasi), sembriamo lobotomizzati.
Con Margaret la distribuzione delle facezie romantiche da unione standard è limitata al momento della colazione la mattina: fino al suo termine siamo perfetti, una coppia da assegnare direttamente al ruolo esemplare ad uso della società di illusi da soap opera (quando va male), o da favola (quando va bene).
Ma tutto finisce con la bustina di zucchero che si posa sul tavolo aperta e vuota, e l’ultimo sorso dalla tazza. Le smancerie terminano lì, perché Margaret si alza, prende il suo smartphone e prima che abbia raggiunto la porta della camera da letto ha già risposto al suo amante dicendogli che si, ha messo il perizoma nero.
Non si sono mai visti, sono la rappresentazione di quei flirt che sfociano in scopate immaginarie tramite parole digitate sul display dei rispettivi cellulari.
Nasce tutto con qualche battuta, sembra di andare a pesca e l’amo è l’intreccio dei termini che si susseguono, ci si aggiunge una serie di faccine sorridenti e il gioco è fatto: se non c’è un seguito, era solo una battuta, altrimenti si va avanti probabilmente con qualche altra stoccatina pseudo-comica, giusto per essere sicuri, e poi via, si scopa virtualmente e non si ha neanche la noia del preservativo.
Economico e immediato: parole sante dei nostri tempi! 
Ci scriverò un libro, vedrete, dove fonderò musica e amore, e dove l’adulterio è la forma per mantenere floridi i primi due.
Inizierà così…
“I miei figli mi vedono suonare le linee di batteria di Tony Hajjar, la stanza fredda e insonorizzata. Sono fermi sulla porta, ad incanalare rabbia e possesso, e divertimento, mentre il rullante a fatica resiste ai colpi.”
È quello che sta succedendo adesso, infatti: uno di loro mi interrompe porgendomi il telefono. C’è una notifica. Apro il messaggio…
“Indosso il perizoma nero… Sto andando nella stanza da letto, mio marito suona la batteria, non può sentire nulla, ne avrà per molto…ti aspetto, fammi impazzire…”
Metto su “Chanbara”, un pezzo degli “At The Drive In”, le linee di batteria di Tony Hajjar fanno letteralmente impazzire i nostri figli.
Inizio a chattare, il mio profilo falso su Facebook si scopa mia moglie e mi rende cornuto.
Il nostro rapporto a tre va a gonfie vele.
Io, lui e Johnny…

(autore: diegofanelli)
(immagine presa da internet)

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2 pensieri su “Le linee di batteria di Tony Hajjar

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