La pancia di Bowl (dinamica 1 – vedi nota alla fine) 

Leggere Roth in un buco di bar situato in periferia, questo voleva Eric. E sentire la macchinetta d’azzardo suonare al picchiettio dell’indice imperterrito di Bowl mentre continuava a leggere Roth, poteva anche sopportarlo. 
Ma assistere alla rovina delle pagine di Roth,  e rimanere calmo,  perché Bowl si voltava di scatto e ci vomitava sopra,  lo mise in una condizione di strana sospensione… 
Frank aveva conosciuto Christine utilizzando una di quelle applicazioni che combinano incontri. Una notifica, ed eccoti qualcuno a cui potresti interessare. Frank e Christine, invece, erano andati oltre: non erano finiti insieme, ma avevano aperto un bar. 
-Merda, Bowl, quante cazzo di volte ti devo dire di non mischiare Jack Daniel’s e Vodka? 
Bowl aveva avuto un’infanzia difficile, le notti passate fuori, sul pianerottolo di casa, addormentandosi al freddo perché il padre si ubriacava e lo puniva così tutte le volte che si intrometteva mentre cercava di darne di santa ragione a sua madre.
Se non fosse stato per Loren, la ragazzina con gli occhi azzurri che aveva avuto il coraggio di invitarlo a fare una passeggiata quel martedì di dicembre, la sua vita avrebbe potuto essere descritta esclusivamente con l’immagine di lui che si spacca il culo nell’azienda del vecchio a demolire autovetture.
L’alcol era il modo di Bowl di dimenticare la sua infanzia. Il bar di Frank e Christine era il modo della gente del quartiere di affrontare i problemi comportamentali di Bowl.
Perchè se Bowl non beveva, passava la notte sveglio, e quando Bowl passava la notte sveglio voleva dire che si metteva a ricordare, e ricordare voleva dire suo padre in quel martedì di dicembre quando, tornando a casa in condizioni alcoliche pietose, pose fine alla vita di Loren che attendeva Bowl per il loro appuntamento (aveva deciso di fargli una sorpresa facendosi trovare davanti alla sua abitazione).
E questi ricordi a volte erano così intrusivi e insopportabili che Bowl sfogava la sua rabbia cercando di fracassare ogni cosa si trovasse lungo il suo cammino, nel peregrinare dolente di un animo straziato.
Eric amava leggere in generale, ma Roth era il suo punto debole. La calma era il suo punto di forza invece, e quando gli occhi di Bowl incontrarono i suoi in segno di scuse, Eric decise di non fracassargli la testa con la bottiglia di Heineken ormai vuota davanti a lui, bensì gli sorrise e gli tenne addirittura la fronte quando quel ciccione riprese a svuotarsi terminando il suo lavoro di distruzione ai danni di Philip Roth e del suo “La Macchia Umana”.
Nell’infanzia di Eric, a differenza di Bowl, c’era un fantasma: la chiamava “la signora”, a volte “la vecchia” oppure “la strega”.
Succedeva a casa di sua nonna…
-Mamma, possiamo chiudere le porte?
-Perché dovremmo farlo?
Non riusciva a risponderle Eric, come se la sua voce iniziasse già a soccombere nell’atto di preservare perversamente quel segreto…
-Ehm…per favore, possiamo chiuderle?
-Ma perché? Dai su, stai tranquillo e gioca…
Non si tranquillizzava, sapeva che non avrebbe avuto scampo Eric, un’altra volta…
Le porte fungevano da lasciapassare; lui si muoveva dalla sedia, un bambino la cui curiosità vinceva sul desiderio di autoconservazione,sapeva che l’avrebbe incontrata e sapeva che non avrebbe potuto fare altrimenti, quei minuti in bilico tra il desiderio di soddisfare la necessità di saperla morta e la rassegnazione ad esserne terrorizzato erano interminabili!
La strega lo faceva fluttuare parallelamente al pavimento, la sua mano occupata nel divincolarsi dalla presa di lei, che in volo lo tirava a sé, le dita nodose e il viso sogghignante; ed Eric, che con tutte le sue forze cercava di contrastarla, che voleva solo restare con sua madre, la quale, impassibile perché ignara di tutto era intenta a chiacchierare con la nonna.
Non so cosa gli facesse più paura, se la vecchia o l’indifferenza inconsapevole dei suoi cari. Probabilmente la seconda, perché lo sorprendeva ogni volta, al contrario della donna, che in fondo faceva solo il suo sporco mestiere.
La missione della signora era recidere il suo presente (e con esso il suo piccolo passato), farlo nuovo, ri-crearlo, fino a farlo divenire suo figlio. Eric lo sapeva, lo sentiva che si trattava di questo come solo i bambini riescono a sentire, forse perchè a sopperire l’assenza delle future caratteristiche da uomo maturo che omologano ed appiattiscono, intervengono quasi dei poteri magici, esoterici, che solo alcuni avranno il privilegio di conservare in età adulta.
Ecco cosa sentiva: l’usurpazione di un’appartenenza, del suo legame di sangue. La sua paura più pulsante, evidente, era il troncamento filiale, il divenire orfano perché delle porte, semplicemente, non erano state chiuse per l’omissione delle mani che avrebbero dovuto proteggerlo.
Questo il terrore più tremendo di Eric: l’inconsapevolezza da parte dei suoi cari che aveva paura, che era fragile, disorientato…
E Bowl era fottutamente disorientato quando terminò l’ultima emissione di poltiglia semifluida dalla sua bocca. I suoi occhi guardavano quelli di Eric confusi, intimoriti.
Fu per questo che Eric fermò il pugno che sentì serrarsi sotto la manica della sua giacca. Perché Bowl era disorientato. Eric rivide se stesso da piccolo negli occhi di Bowl; e Bowl rivide per un istante il furore di suo padre negli occhi di Eric.
Quell’anno a Dicembre soffiava un vento gelido, e quella sera era pure violento.
Un ragno zampettava nei pressi dell’ingresso del bar di Frank e Christine. Il soffiare insistente e sostenuto del vento metteva a dura prova quell’animaletto che sembrò voler riparare all’interno del locale.
-Aaaaarrrrghhhh!!!
-Che cazzo succede ancora Bowl?
La scarpa destra taglia 47 di quell’omone si abbatté sul povero ragno, liberandolo almeno dal desiderio di riparo semmai lo avesse avuto realmente.
Bowl aveva una paura folle dei ragni ed era vittima di diverse ossessioni. Una di queste era quella di non indossare mai roba rossa, mai.
-Bowl, racconta ad Eric perchè non indossi mai niente di rosso…
Frank conosceva un po’ la storia di quell’uomo grosso, pelato, il doppio mento e gli occhi chiarissimi. La conosceva perchè in Christine aveva trovato una degna alleata nel campo delle conoscenze da quartiere: il pettegolezzo; insomma, l’app per incontri aveva fallito nel generare una coppia canonicamente intesa, ma ci aveva tremendamente preso almeno in un ambito alimentando e tramandando l’antica reputazione dei bar di quartiere: essere motore ricreativo di chiacchiere che venivano create e modificate in relazione alla gradazione alcolica dell’ambiente.
Bowl mal sopportava il rosso, ma quello che gli era assolutamente intollerabile era appunto vestirsi con qualcosa che fosse di quel colore.
Quando la situazione in casa diventava rovente, sua madre gli si avvicinava con aria tesa, lo guardava dritto negli occhi di ghiaccio e gli chiedeva di non intervenire, lo implorava di non fare nulla, di non interrompere le percosse di suo padre; la signora poteva accettare tutto, ma non sapere che il figlio dormiva fuori sul pianerottolo di casa mentre lei era a letto.
E fu così che Eric conobbe Bowl, grazie al vomito del grassone sulle parole di Roth…

(continua)
(NOTA dell’autore: la storia appena narrata sarà oggetto di future modifiche e allungamenti, ricorrendo anche all’inglobamento di altri miei precedenti scritti opportunamente riadattati. Il risultato finale potrà essere più o meno diverso da questo pezzo appena pubblicato)

(autore: diegofanelli)

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3 pensieri su “La pancia di Bowl (dinamica 1 – vedi nota alla fine) 

  1. Parere mio: c’è tanta psicologia e autobiografia dietro, c’è un gioco di specchi tra il sé e un’altra parte del sé (del protagonista, ma non solo), cosa che sto ritrovando sempre più spesso nei tuoi racconti. Una operazione difficile che però se riesce bene rende il racconto più intenso e permette al messaggio che viaggia nel sotto-testo di essere veicolato con più efficacia.

    Ti confesso che l’ho riletto tre volte, perché ci sono molti personaggi e gli incastri mi hanno messo un po’ in difficoltà. Secondo me con qualche accorgimento potrebbe essere ancora più forte. Se ti va ne parliamo, magari in privato.

    Complimenti,
    un abbraccio

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    1. La tua analisi circa il dialogo tra più “sé” è corretta, c’è infatti psicologia e autobiografia, infatti.
      Per quanto riguarda gli intrecci, considera che il tutto è appena accennato, il progetto che ho in testa è quello di renderlo un racconto lungo (romanzo? lo spero…), per cui ci saranno diverse versioni che dovranno specificare meglio e caratterizzare con maggior efficacia i personaggi. Le future versioni potranno sovrascrivere e/o modificare quanto precedentemente pubblicato, fino alla versione finale che spero sarò in grado di raggiungere.
      Ne parliamo meglio dal vivo.
      Grazie curso.

      Liked by 1 persona

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