A. sei felice?

Il racconto che segue è un racconto scritto a due mani: la mia e quella di Federica Nastasia, mia amica, che ringrazio. Una pagina A4 a testa, prima l’uno poi l’altro. Una fantastica esperienza di condivisione.

INIZIO

Una zanzara suicida fece crepitare il neon. Sergio alzò appena il sopracciglio ma era concentratissimo e mantenne la matita incollata al foglio.
Tracciò una lunga linea retta da un lato all’altro della tavola: il suono gli ricordò quello del tagliacarte quando, la sera prima, aveva aperto la lettera. La carta in alcuni punti era increspata, le lacrime avevano impresso piccoli pois ondosi e diradato l’inchiostro come caligine sulle parole “perché” e “mi dispiace”.
Un fiume di parole per pochi concetti essenziali. La sintesi è un dono riservato a pochi, la vera vittima è chi legge.
Riemerso da quei pensieri, si rese conto di aver tracciato la linea oltre i margini del foglio, sul tavolo da disegno,
– Concentratissimo un paio di palle. ‘Sto tavolo non è nemmeno il mio –
La luce era poca e distribuita male, ci sono poche possibilità di portare a termine un lavoro se la scrivania è illuminata nel modo sbagliato. Sergio sentì gli occhi iniziargli a bruciare come tizzoni ardenti.
Pensò ancora alla lettera.
Dall’angolo dell’occhio sinistro scese una lacrima,
– Sono stanco, Cristo, ci lascio le cornee sul foglio se continuo –
Lo studio di architettura era immerso nell’oscurità già da un paio d’ore: Sergio e il lavoro arretrato avevano sempre avuto una certa affinità ma non gli dispiaceva poter restare solo e continuare a lavorare quando tutti erano tornati a casa. Dalle famiglie. Dai bambini.
Meglio solo, sì.
Ripensò alla lettera.
L’unico neon rimasto acceso nell’enorme openspace era esattamente alle sue spalle, al centro della sala. Nonostante la lampada sul tavolo da disegno fosse accesa, l’ombra delle sue spalle curve si stagliava fastidiosamente sul foglio: sembrava che un enorme elefante grigio si specchiasse sul progetto. Anna ne avrebbe riso di certo.
Ripensò alla lettera e gli occhi si inumidirono di nuovo,
– Sono stanco, è deciso –
Ripose i progetti e riordinò la postazione. Infilò la giacca, inforcò le cuffie e uscì.
La lettera era ancora nella tasca.
_____________________________

L’ascensore gli ricordava sempre una scena di un film di mezza categoria. Si vedevano i due protagonisti entrare, uno di loro chiedersi se i “bottoni fossero messi al contrario” e l’altro confermare che il mezzo andasse solo in giù…
Una seconda zanzara si intravide all’atto della chiusura delle porte, morì nel mezzo del loro incontrarsi.
Erano finiti “nell’inferno dei peccatori a testa in giù” dicevano ancora nel film, demoni lasciati liberi nella loro galera…
Generalmente in quella scatola di merda dalle porte automatiche si sentiva “strano”, ma solo per qualche istante, una volta arrivato a destinazione “fine delle trasmissioni”.
Stavolta però le cose andarono diversamente, perché la scatola merdosa semovente decise di arrestarsi bloccandolo nel mezzo della via.
Da solo, in una prigione figurata, Sergio interruppe improvvisamente la sua calma controllata…
Pensò alla riga tracciata fuori dal foglio, e nel mentre vibrò un pugno sulla superficie metallica che era stata la tomba del volatile…
Visualizzò il “perché” e il “mi dispiace” vergati sulla lettera, e un nuovo colpo partì ai danni della cabina.
Ancora…
Era un peccatore? Da condannare a stare a testa in giù?
Le nocche sembravano cominciare a scriverne il verdetto lungo le pareti, le sporcavano
di sangue, scaldate dall’ira di un uomo solo, un uomo il cui lavoro fungeva da distrazione e i cui ritardi nel produrre risultati allontanavano lo spazio temporale del dover riflettere per davvero.
Come uscire da questa corsa bloccata?
Dal basso, in compagnia dei dannati visualizzando e agendo sui bottoni al contrario, o dall’alto per via di una rinascita?
Questione di pulsanti e, in fondo, di scelte…
Le sospese temporaneamente, e ansimante per gli sforzi dei colpi e sorpreso ancora dall’arresto improvviso, quasi senza accorgersene, infilò le nocche dolenti nella tasca.
Si accasciò a terra.
Riaprì la busta e rilesse il contenuto…
Pianse nuovamente, sembrava il cordoglio per le morti delle zanzare, di fatto era l’inizio di nuove decisioni.
Portavano solo in giù?
____________________________
Ad un tratto, le luci nell’ascensore si spensero sostituite da quelle di emergenza. Sergio sembrò riacquistare lucidità. Alzò la testa verso il pulsante d’allarme: premendolo, in effetti, dopo pochi minuti il custode del palazzo si sarebbe svegliato e lo avrebbe soccorso. Pensò alla lettera.
“… tutti abbiamo bisogno di aiuto, anche tu”. Anche noi.
Anna le aveva sempre rimproverato la sua incapacità di chiedere aiuto, quella sorda caparbietà, quel muto disprezzo per se stesso quando la stanchezza lo assaliva alla fine della giornata, con i progetti ancora da finire e le scadenze incalzanti.
“Come posso aiutarti? Vuoi che ti riordini il tavolo nel frattempo? Ti stampo i progetti, intanto. Dimmi, così vieni a letto” (che bella la voce di Anna).
“No, non mi serve niente, fai il caffè” (che voce da coglione, pure nei ricordi).
Ricordò quei lunghi silenzi a tavola, dopo l’ennesima discussione col cliente,
– Ma che ti ha detto? – e lui lì, a fissare il bicchiere, – Tanto, che te lo dico a fare? – e silenzio.
Sergio era uno di poche parole, da sempre. Durante uno dei loro primi appuntamenti, scherzando, Anna gli disse:
– Tutte queste lettere dell’alfabeto, ma che ci farà il resto del mondo? Sai che fai? Chiamami A. –
E rideva, rideva. Anche Sergio rideva.
Ma quando arrivano le domande, il silenzio è la lama dei codardi, la fionda della noia. Anna copriva quei silenzi con fiumi e fiumi di parole.
Riprese la lettera e ne lesse alcune righe:
“… tu non li hai mai conosciuti i miei silenzi. Non potevi, semplicemente.
Quando ero con te, quando sono stata con te, quando sono con te, io sapevo, io ho sempre saputo, io so di avere poco tempo. Perché, come tutti i segreti, anche questo esige esili spiragli di verità.
Quando sono in silenzio aspetto le parole. Poi arrivano. Ma già le conosco e non è più importante sentirle.
Il silenzio serve alla coscienza. Bisognerebbe dire «Serve una bella presa di silenzio» oppure «Fatti un esame del tuo silenzio». Così le parole servirebbero solo a coprire il tempo.
Ma non sarebbero parole banali, sarebbero le uniche parole possibili. Perché il silenzio non ti fa perdere tempo, le parole sì.
Ecco perché ti dico che non li conosci, tu, i miei silenzi. Ma ho sempre aspettato per le tue parole…”
L’ascensore ebbe un sussulto e le luci d’improvviso si riaccesero, seguite dal frullio delle cinghie metalliche che si rimettevano in moto. Erano passati 20 minuti.
Chi ci ridà indietro il tempo perso? “… il tempo si guadagna”.
Difficile da dire a uno che ci aveva messo tre mesi ad aprire quella lettera.

_____________________________

Ciao A.
…il vagone era vecchio, mamma mia se lo era! Sai, di quelli che vengono destinati alle tratte di second’ordine. Ahahah. Non è colpa mia in fondo se hai deciso di venire qui…dai…perdonami se scherzo…ma sono molto a disagio…
Ad un certo punto si è avvicinata una bambina, mi ha chiesto – Cos’è, una lettera? –
Io guardavo fuori dal finestrino nell’attesa di poter scendere…Quando mi volto vedo una piccoletta che fissa la parte bianca della tua lettera, sporgeva dalla mia tasca…
-E’ una lettera della tua fidanzata? – mi chiede, e io le rispondo con un sorriso.
-E’ una lettera di Anna. – e poi le dico che io ti chiamavo A., e che non siamo più fidanzati.
-Perché vi siete lasciati? – sempre più incalzante…Stavolta le sorrido con amarezza, rassegnato.
-Perché io non le parlavo mai… –
-Stavi sempre in silenzio? –
–Si…sempre in silenzio…- e a questo punto mi dice -Anche Bubo non parla, ma io gli voglio bene, e non lo lascerei mai!-
Vuoi sapere chi era Bubo, A.? Bubo era un orsacchiotto che aveva tra le sue braccia sin dall’inizio della nostra chiacchierata.
-Bubo è fortunato ad averti… – le dico
-Si, ma Bubo sta male…Molto male… – E una volta detto questo, va via, senza dire altro, niente di niente, via!
Quando il treno fa il suo ingresso nella stazione, fa freddo. Molto. La gente si accalca verso le uscite. All’improvviso sento di nuovo la sua voce -Ho preso questi dalla mia mamma…lei non lo sa…portali ad A., magari ti perdona e tornate insieme! –
E poi una donna da lontano la chiama -Anna, vieni, dobbiamo scendere! Ma… con chi stai parlando, tesoro?
-Arrivo mamma! – E la piccola scappa via, come la prima volta, con Bubo sempre stretto a sé; si porta dietro anche il suono del suo nome, il tuo stesso nome A….

Sergio inizia a piangere…

Avevi ragione. Non conosco i tuoi silenzi.
Sono un vigliacco, in quei silenzi puoi leggerci esattamente questo.
Dovevamo già lasciarci, questo è vero, e probabilmente sarebbe comunque andata in quella maniera, ma io sono convinto che tu non mi abbia parlato del resto, di tutto il resto, perchè accanto ad un codardo che non vuole svegliarsi, la tua malattia non poteva essere affrontata nel migliore dei modi, nel modo che tu meritavi.
Non sono riuscito a renderti sereni neanche gli ultimi tempi.
Si, lo so, io non ne sapevo nulla, ma mi chiedo cos’avrei fatto se l’avessi saputo…
Comunque tu decidesti di andare via. Tanto ci saremmo lasciati comunque, si, e quindi il tuo segreto era al sicuro. Ma come tutte le anime del mondo ti sei lasciata l’ultima possibilità di parlare, di parlarmi, di essere ascoltata per davvero, di rendere manifeste le tue paure, e mi hai scritto quella lettera.
Poi chiudesti la porta. E via. Ti trasferisti qui.
Non l’ho letta per 3 mesi, A. …Volevo donarti sprezzantemente ancora silenzi…
Ma quando mi sono deciso a leggerla e ho chiamato alla tua nuova casa (il numero lo avevi scritto con un bel Post Scriptum, l’ultimo estremo tentativo speranzoso…), la tua coinquilina in lacrime mi ha detto tutto…
Ci sono stati altri mesi disperazione dopo, ancora e ancora più tremendi di quanto non lo fosse già stata la mia cocciuta indifferenza….

Ma finalmente ho deciso di venire a trovarti, A., e di parlarti…

Questi sono per te…me le ha date la piccola Anna…
Spero che adesso tu sia serena…
Sei felice?
Lo spero con tutto il cuore!

Sergio guarda la tomba di A., dei fiori rossi sulla superficie, frutto del dolce furto della piccola Anna a sua madre…
Sergio continua a piangere sotto il freddo…

E da qualche altra parte, nello stesso istante…
-Mamma, Mamma! Bubo ha parlato! Sta bene adesso! Sta bene!
-Sei felice adesso? –
-Si, A. è felice! – rispose la bambina a sua madre.

FINE

(racconto scritto a due mani, alternatamente)

autori: diegofanelli e Federica Nastasia

foto scattata da: diegofanelli

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