Margaret e Foster

Dal vento e dagli odori d’autunno, Margaret trovava ispirazione; e Foster, l’uomo nel giardino accanto, sferrava colpi ai suoi avversari immaginari.

Restava una manciata di giorni all’incontro e i metalli minuscoli che Rent l’avversario, avrebbe inserito nei suoi guantoni violando ogni etica, erano in sadica preparazione…

Sulla tela dipinta Margaret firmava la sua dedica e Foster le sorrideva imbarazzato; l’allenamento finiva e il giardino accanto tornava alla quiete…

La tempesta trovava sfogo dopo la manciata di giorni: sul viso di Foster, dove gli orpelli tragici dei disegni curvi delle traiettorie scorrette di Rent crearono solchi dolorosi e barocchi, lasciandolo sconfitto…

Forse è per questo che la tela, nella prima notte in casa di Foster, spontaneamente già si crepava; e i colori seppur allegri, facevano da subito malinconia…

(autore: diegofanelli)

SMARRITO CANE, di PAULS TOUTONGHI, LA MIA RECENSIONE (NO SPOILER)

“Non riesco a pensare ad alcun bisogno dell’infanzia altrettanto forte del bisogno della protezione di un padre” ( Sigmund Freud, 1929, Disagio della Civiltà)

Il padre di Virginia ha ucciso il suo cane.
Lo ha messo sotto con la macchina.
Ok, lo ha fatto accidentalmente, ma si è liberato del corpo chissà come e chissà dove impedendo a Ginny (come veniva chiamata più spesso Virginia), di dirgli addio. Nessuna questione, un muro di gomma indifferente suo padre, per non sentire le rimostranze della moglie – una dipendenza da alcol catastrofica -, sempre avversa nei confronti del cane e della figlia in primis, che giudicava priva di alcun valore e che sottoponeva a continue vessazioni.
La piccola cade in depressione, pensa costantemente al suo fedele amico, a quando la notte per difenderlo dal freddo, poiché costretto a vivere fuori casa (altra folle decisione di sua madre), sgattaiolava segretamente, lo faceva entrare in camera sua fino a dentro al suo letto; e gli leggeva storie, mentre il cane la guardava sereno, tranquillo di avere ogni cosa potesse desiderare: la sua padroncina e la sua voce che, seppur risuonasse di cose incomprensibili, non importava: la sua dolcezza e il suo odore erano indizi oltremodo sufficienti per darle totale fiducia.

John, Peyton e Fielding sono rispettivamente marito, figlia e figlio di Ginny. Sono passati tanti anni e quella bambina è diventata donna, moglie e madre. Ha costruito una famiglia, e dell’esperienza dolorosa, traumatica della sua infanzia ha voluto fare tesoro: dove c’erano state crudeltà, disprezzo e incomprensione lei ha risposto riempiendo la sua casa di tenerezza, attenzione e amore per gli umani e per gli animali (del tutto paritari per dignità ai primi).
Ma un giorno, tutto questo equilibrio viene stravolto dalla scomparsa di Gonker: il golden retriever di Fielding.
La famiglia è sconvolta, particolarmente Ginny e il figlio, la prima perché vede reinscenarsi una vicenda gemella di ciò che aveva vissuto: una specie di eco che dal passato tornava per non darle pace, la paura di non essere all’altezza di difendere chi crede ciecamente in lei; il secondo perché Gonker aveva rappresentato molto per lui in un momento delicato della sua vita e adesso sentiva tutta la responsabilità di non aver ricambiato altrettanto.
Si apre una ricerca ricca di dettagli, e dalla quale si dipanerà molto altro fino alla fine della storia.

Ovvio immaginare che tra le pagine del libro ci sia la continua messa in evidenza della domanda: perchè tutto questo per un cane?; e, di conseguenza, cosa sono per noi queste creature?; cosa pensano, qual è la loro rappresentazione delle cose, del mondo? E soprattutto: quale il loro ruolo nelle nostre esistenze?
Domande legittime, affascinanti, aperte a numerose valutazioni a cui chiunque abbia a che fare con loro dedica almeno parte della propria più o meno dotta speculazione interattiva.
Non so se riusciremo mai ad avere delle risposte esaustive, ma una cosa è certa: il loro entrare in contatto con noi in un modo così inusuale: senza parole, attraverso diverse categorie di segnalazione, con particolari e sorprendenti atti di misteriosa consapevolezza, sembra aprirci scenari a cui la nostra coscienza ha accesso forse solo nei sogni o nelle richieste (soddisfatte) profonde di aiuto, quando il superfluo della nostra cattedratica ciarleria viene messo da parte, strappatoci d’imperio dalle profonde nostre tristezze, persi nei cunicoli bui di così tanta controversa esistenza e ridotti quasi a elementari cellule bisognose esclusive d’amore.

Quei “quattrozampe” sembrano depositari di passepartout magici a forma di occhi dalla tenerezza immensa, capaci di sostare tra i tasselli vuoti del puzzle della vita, riempirli e renderli straripanti di un unguento che guarisce e regala eccedenza.
E a me piace pensare che tale eccedenza sia la porta di una felicità che ci attende giornalmente e verso la quale per goderne appieno non dobbiamo far altro che essere ben disposti; come loro, quando mai domi alla stanchezza, ci attendono dietro le porte delle nostre case; o come Gonker, del quale però, non posso svelarvi altro…

Tutta la storia (storia vera) è raccontata dal marito di Peyton, Pauls Toutonghi, l’autore del romanzo. Scrittura asciutta e lineare.

“Le ragioni per cui si può voler bene a un animale come Jofi sono la simpatia aliena da qualsiasi ambivalenza, il senso di una vita semplice e libera dai conflitti, la bellezza di un’esistenza in sé compiuta.” (Sigmund Freud, a proposito di Jofi, cane Chow Chow, a cui era molto legato).

NB: cercate in rete qualcosa del rapporto tra Freud e Jofi: interessante.

(autore: diegofanelli)
(immagine presa da internet)

Maschere dure

Ci sono poi le persone che camminano con maschere dure, incollate sull’epidermide da sempre;

hanno esattamente le sembianze del viso che coprono, ma rispondono al compito di modificarne gli attributi a favore di una rabbia arrogante.

Faccio davvero fatica ogni volta a ricordare di guardare oltre la maschera, e puntare solo all’esistenza dolente che essa sta difendendo;

Ma è talmente fastidioso uno sguardo arrabbiato per nessun apparente senso, che la nostra umanità si perde come si è persa quella della persona che camminava….

In questo circolo vizioso ognuno dirà, e dice sempre, la sua parziale verità…

(autore: diegofanelli)

​LA COSCIENZA DI ANDREW, di E. L. DOCTOROW, la mia recensione (NO SPOILER)

Non so francamente quanto E.L. Doctorow e Carlo Rovelli, rispettivamente scrittore (non più in vita) e fisico, apprezzerebbero questo mio associarli forse un po’ ardito; ma l’ho fatto d’istinto, mentre ero davanti al video divulgativo del secondo circa l’inesistenza del tempo (youtube: “perché il tempo non esiste”) e fintantoché le pagine scritte splendidamente dal primo, nel suo “La Coscienza di Andrew”, continuavano a sublimare le mie sinapsi.

Per approcciarsi al meglio a quest’opera di Doctorow, bisognerebbe immaginare le conseguenze di una scrittura diversa dalle solite. Una rappresentazione differente dell’ “oggetto storia”: se i dettagli a cui spesso siamo abituati caratterizzarlo nella maggior parte delle letture generano una struttura “grande” fatta di protagonisti, comprimari, ambienti in cui essi si muovono, tutti immersi e ubbidienti ad una cronologia temporale da cui provengono e verso cui sono diretti; qui, al contrario, ci troviamo di fronte a qualcosa che manca di tali elementi di dettaglio (o comunque, se presenti, al minimo) riducendo quel più o meno comune “grande oggetto storia” ad un piccolo luogo fenomenico dall’incredibile densità: l’interno immateriale della calotta cranica di Andrew, la sua mente (termine più consono rispetto alla tradotta “coscienza” del titolo, perché più connesso col “brain” dell’originale).

Non sappiamo il luogo da cui il protagonista parli; egli si riferisce in terza persona a sé stesso; nessuna evidenza esaustiva poi di chi sia l’uomo con la quale comunichi (se non un generico “Doc”, a suggerire un ruolo di terapeuta); ma soprattutto, si perde la cognizione del prima e del dopo a cui i fatti e gli ambienti (entrambi, ripetiamo, sempre piuttosto rarefatti) si sono agganciati nella sua vita.
Perdiamo insomma il riferimento “grande storia” a vantaggio di un iper scrutamento isolato e isolante, talmente focalizzato sulla singola analisi del momento che il resto fino a quel punto narrato non conta quasi più. Si salta da una vicenda all’altra, da un’emozione ad un’altra, da un’idea ad un’altra senza apparente motivo.
E contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, Doctorow, con questa operazione stringente non limita l’azione narrativa, ma paradossalmente la densifica enormemente. Dentro la calotta cranica di ognuno, infatti, tutti gli elementi, i dati, i ricordi costituiscono una tale infinità che solo quando (e se) ci soffermiamo a pensarci in termini di grandezza, potremmo esser preda di vertigini; diversamente, non si tratta altro che di una pura condizione naturale, tanto da non accorgercene nemmeno.
E a proposito di oggetti terribilmente densi, cos’è un buco nero grosso modo?: un qualcosa, nello spazio, di talmente massivo che arrivandogli sempre più vicino il tempo rallenta a dismisura, fino a produrre una differenza di valore (con quanti sarebbero lontani da noi), dall’ordine numerico sorprendente: un secondo vissuto lì equivarrebbe a milioni di anni per tutti gli altri.
Il tempo (Rovelli lo mima con le mani) varia nello spazio, quindi: “sopra” scorre ad una velocità, “sotto” ad un’altra. Praticamente: tra la nostra testa e i nostri piedi il tempo si “muove” diversamente! (pazzesco vero?)
E se il tempo è illusorio perché non più univoco, vuol dire che alcuni aspetti dell’esistente sono meglio analizzabili eliminando appunto la variabile temporale stessa (è sempre il fisico ad affermarlo).

Ora, torniamo alla nostra mente, siamo in grado di fare questa analogia quindi: cos’è (com’è) il tempo per i ricordi contenuti in essa? E’ nullo e al contempo di qualunque entità paradossalmente, potendo riportare alla memoria immagini di noi da bambini e di noi ieri sera in un lasso praticamente istantaneo, oppure variabile, in base alle istanze mnemoniche di volta in volta necessarie ai nostri giorni, ore, minuti, secondi, ecc…
Quindi è sostanzialmente annullabile perché non più punto di riferimento ammissibile.

Ecco! Doctorow, con questo suo romanzo, diviene lo scrittore il cui unico interesse è farci conoscere Andrew senza alcuna attenzione per ciò che è superfluo, che è annullabile: il continuum temporale; fa diventare tutto una specie di flusso di pensieri che rimanda al lettore l’onere di organizzarlo in termini progressivi e di causa-effetto; ci porta così (perché solo così è possibile) “crudamente”, “violentemente”, vicino ai suoi ricordi, alle sue incredibili malefatte, alle sue stranezze, le sue idee, alle dinamiche funzionali della sua logica; come nessuno che si appresti a scrivercene “canonicamente” potrebbe sognarsi di fare! Perché siamo dentro Andrew, anzi, noi “siamo”, “diveniamo” in questo modo, Andrew!
Il lettore, dopo uno smarrimento iniziale finisce col perdersi piacevolmente all’interno, a scoprirne contraddizioni, paure, follia, genialità d’analisi, di critica e responsabilità agghiaccianti.
È come se lo scrittore ci prendesse e ci facesse attraversare il buco nero-mente del suo protagonista, privandoci del tempo di giudicarlo, e quindi concedendoci solo di “sapere” nella accezione più pura.
In ultimo, in questo viaggio privo di punti cardinali è sensazionale, meraviglioso, comprendere come si collochi, nonostante tutto (nonostante Andrew per sé stesso) la percezione dell’amore e dell’affetto; l’amore e l’affetto (e aggiungerei anche tutto il resto), per lui, assumono le sembianze di una strana “cosa”, su cui non smettere di riflettere neanche “dopo” aver chiuso il libro.
Dopo?
Prima?

Ha ancora un senso chiederselo quando egli sarà un altro dei nostri ricordi dentro l’immateriale del materialissimo nostro cervello?

(autore: diegofanelli)
(immagine presa da internet)

L’UOMO IN FUGA, di RICHARD BACHMAN, la mia recensione (NO SPOILER)

72.
Le ore in cui Richard Bachman afferma di aver scritto L’Uomo in Fuga.
E da un punto di vista prettamente qualitativo infatti, ad essere onesti, non si tratta di chissà quale opera. Non che ci sia necessariamente una diretta corrispondenza tra quantità di tempo impiegato e peso specifico dell’ideazione; ma dopo aver letto il romanzo, quel numero assume un potere piuttosto indicativo.
2025.
Anno di ambientazione; distopia; la popolazione è divisa nettamente in due classi: chi vive riccamente (e decisamente al di sopra delle proprie necessità) e chi sopravvive a stento nella merda, violenza e assenza di alcun tipo di speranza. L’utopia della scalata sociale e della rivincita può essere miracolosamente vinta solo partecipando ad uno dei diffusissimi reality game e quiz televisivi, tra i quali non mancano premi immensi, a costo però di mettere in gioco letteralmente la vita.
3.
I componenti della famiglia Richards: Ben – il protagonista -, sua moglie e la loro figlia gravemente malata. Fanno parte della categoria sociale che vive nella feccia. Ben non sopporta di vedere la sua bambina destinata ad una morte lenta e, non potendo permettersi i farmaci di cui la piccola avrebbe bisogno, decide di partecipare al reality che dà il titolo al romanzo: L’uomo in Fuga (Running Man, nell’originale).
30.
Questi i giorni in cui sarà fuggiasco facendo da bersaglio mobile per i cosiddetti Cacciatori, energumeni che hanno carta bianca: trovarlo e ucciderlo. Il tutto in diretta tv; se Richards sopravvivrà oltre questo tempo vincerà il premio in palio: un’immensa fortuna; altrimenti, beh, avete capito: zero sarà il numero che rappresenterà la quantità di esemplari “Ben Richards” nel mondo.
Eccola qui sostanzialmente la storia. È scritta bene, non c’è che dire, ho passato qualche ora piacevole nel leggerla, ma nulla di più.
’80 – ’90.
Gli anni in cui tra i film che passavano alla tele, mi imbattevo nella pellicola de L’Implacabile, con Arnold Schwarzenegger: una trashata della quale la cinematografia avrebbe potuto fare a meno, eppure io, vittima dei miei occhi di ragazzino, la guardavo e riguardavo frequentemente.
2017.
Anno in cui ho scoperto che tale film nasceva da una libera interpretazione proprio de L’Uomo in Fuga.
101.
I minuti necessari a rivedere L’Implacabile.
5.
Le ore, circa, che son servite a leggere L’Uomo in Fuga.
2.
Come la coppia libro e film, elementi che non c’entrano nulla o veramente poco tra loro: il secondo racconta appena “qualcosa” del primo…
Leggerlo conoscendo già la pellicola, però, ha applicato alle parole del romanzo – per mezzo della “materialità tridimensionale” dell’opera cinematografica – una forza modificante tesa all’aggiustamento continuo e alla creazione, quasi, di una storia “terza”, o meglio, di una riflessione “terza”, la seguente…
Ben Richards è un 1, ma è come se diventasse un 2 nei fatti, suddividendosi da un lato nella fisicità plastica e immobile dello Schwarzenegger sullo schermo e, dall’altro, nella caratterizzazione mentale del Richards del racconto. Due personaggi diametralmente opposti. Un po’ come se dall’attore Austriaco fuoriuscisse un’istanza più seria, necessaria per rendere “stabile” la storia di Bachman; un ibrido che dapprima fa sorridere per la sua grottesca abilità recitativa inserita in una sceneggiatura altrettanto improbabile, ma che dopo, origina un’immagine doppia di sè, la quale lascerà che la seconda, inesorabilmente, se ne stacchi, con dolore e sollievo.
E c’è di più.
Ad avvalorare e stimolare questa mia fantasticazione giunge a metterci lo zampino anche la realtà: si perché Richard Bachman non esiste! O, affermando meglio, si tratta di uno pseudonimo.
Da Bachman (un altro 1), seguendo la stessa “fisiologia magica” di quella forza modificante di cui prima, potremmo veder crearsi prima una bolla sul viso, che poi crescerebbe, crescerebbe ancora a dismisura, fino a deformarne le fattezze e a definire uno sdoppiamento quasi completo dando alla vita un gemello Stephen King in persona (un 1, che sarebbe anche un 2), che continuerebbe a sua volta ad ingrandirsi perché il “vero reale”, fino ad inglobare e a far sparire Mr. Richard Bachman.
Perché questo gioco continuo di numeri e queste bizzarre associazioni trasformanti che spersonalizzano per poi ri-personalizzare personaggi, persone e storie?
Perché nel romanzo c’è una frase che mi ha colpito profondamente:
“…Ripetete il vostro nome per più di 200 volte e scoprirete che non siete nessuno…”
200 volte…: quante sono le ore da dedicare alla scrittura per ottenere qualcosa di valido? E quando arriverà l’anno in cui nei reality show si metterà a rischio sul serio la propria vita per ottenere qualcosa di cui avremo uno sfrenato bisogno? Quale sarà il numero di componenti a cui daremo la legittimità di essere famiglia? Quanti i giorni in cui un essere umano dovrà mantenere lo status di fuggitivo per poter essere lasciato finalmente libero di perdersi? Quali gli anni in cui ho visto film idioti convincendomi che avessero un valore? Erano e saranno solo quelli della mia pre-adolescenza o continuerò a farlo randomicamente in futuro?
E quello in cui viviamo…sarebbe stato considerato un anno distopico agli occhi di un Mr. Neanderthal nel caso avesse avuto capacità di porsi questa stessa fottuta domanda?
E infine…davvero posso essere un nulla, un nessuno, pur conoscendo quasi da sempre il mio nome?…
Che splendida esperienza la lettura abbinata all’immaginazione!: possiamo terminare un libro piacevole – ma tutto sommato mediocre -, e avvertire comunque la sensazione di aver fatto un buon lavoro di crescita personale.
Perchè alla fine, non è questo quello che conta indipendentemente da cosa ha mosso questa meravigliosa prerogativa?

(autore: diegofanelli)
(immagine presa da internet)

Sporco

I talloni battono sul fondo delle scarpe, e queste, si sporcano dello sporco di Bari…
Le facce ti si sbattono quasi in faccia mentre ogni colpo sull’asfalto ti avvicina e le avvicina.
C’è sensazione di contemporaneità con la gente, viziata da una potente inconsistenza da fuggevolezza: sembriamo mosche, vermi impazziti e curiosi, affaccendati, disagiati; lenti o veloci non importa, ti vedi lì ad incrociare scie…ché alcune vomitano stanchezza e noia, altre invece ti chiamano all’impertinenza, avvicinarti e parlare…posarti sulla bocca di ognuna e assaporarne la provenienza, come se i vicoli da cui provengono quei visi potessero farsi saliva e passarti le loro esperienze…
E agli occhi che ti guardano stupiti, mentre la lingua abbandona l’aria per contattarle, dire un semplice ciao…
E poi ancora battere i talloni sullo sporco, entrare in stazione, ascoltare Through Glass degli Stone Sour e dire fanculo e grazie alla fuggevolezza…

UNO ZERO, di HANIF KUREISHI, la mia recensione (NO SPOILER)

Waldo è un regista che è stato un tempo molto famoso; è ormai fermo, nel vero senso della parola, preda della vecchiaia e di una profonda invalidità che lo costringe a letto a dipendere in tutto e per tutto dalla sua compagna più giovane Zee, con la quale divide le sue cospicue fortune guadagnate in tanti anni di gloria.
Hanno un amico, Eddie, squattrinato arrivista, che è ormai tutt’uno con loro; particolarmente con Zee, insieme alla quale Waldo, scopriamo subito, lo sente godere in piena orgasmica passione nella supposta segretezza della stanza accanto, mentre i due amanti davano, il vecchio decrepito e bavoso, erroneamente tra le braccia di Morfeo.

Tutto inizia così in questo “Uno Zero” di Hanif Kureishi: senz’altro uno dei libri più vicini ad un film che io abbia mai letto; la lettura scorre veloce, come una pellicola tra i rulli…

Una volta, lessi che Stanley Kubrick sul set di Shining, sembra costrinse Stephen King a sbattere la porta e andare via, perché, pare, lo avesse ossessionato a tal punto col suo patologico perfezionismo e quantomeno preoccupante metodo di ricerca d’ispirazione, che lo chiamasse addirittura in piena notte con domande del tipo: “quali sono i tuoi incubi peggiori, Stephen?”
Se facessi una forzatura simbolica, potrei affermare di vedere un Kureishi nei panni di Kubrick e il suo personaggio principale Waldo, in quelli di King; e lo farei per evidenziare il particolare cortocircuito che ho intravisto nella storia: King è uno scrittore, ok?, mentre Waldo nel romanzo è un regista; Kureishi (il vero scrittore) a sua volta crea Waldo (ci siete?), ma, anziché comportarsi coi figli della sua fantasia come un “mentalmente stabile” King, preferisce, diabolicamente, un atteggiamento da “psicotico” Kubrick! Eccola la particolare abilità che ho riscontrato nello scrittore di questa opera: far vivere ai suoi personaggi una contraddittoria tensione evolutiva lungo il cammino che, essi, credono migliore per ottenere il tanto agognato riscatto.

In “Uno Zero”, Waldo, Zee, Eddie, vorrebbero (nella finzione narrativa) essere i registi delle loro vite, dedite al soddisfacimento istintivo di desideri più infimi e bramosie; e lo fanno!, ma al contempo ne subiscono inesorabilmente un’umiliazione che è interdipendente da ogni loro mossa. Torturati in modo ossessionante e ossessivo dal loro creatore, mi hanno rivelato che c’è una tensione distruttiva nel rapporto filiale tra Kureishi e la sua “cosa”; egli è il burattinaio che ama illudere le sue marionette di essere burattinai ricorsivi: ognuno dei tre soffre a tirare i fili dell’altro, quando invece, logica fredda vorrebbe, che a soffrirne fosse solo quest’ultimo…
Sostanzialmente si guarda, “leggendo”, un metafilm: la telecamera regina è la mente dello scrittore; proietta sullo schermo-libro una storia “trina”, la cui valenza è stratificata in spessori di possesso e possessione; il trio riprodotto è sia Dio che Giobbe! (nell’utilizzare la propria cinepresa), in uno storytelling senza scrupoli, che dura veloce come un film…

Chissa come ha fatto, Hanif Kureishi, a telefonare di notte ai suoi personaggi…

(autore:diegofanelli)
(immagine presa da internet)