Bohemian Rhapsody: alcune riflessioni…

Alcune riflessioni (non una recensione vera e propria) sul film Bohemian Rhapsody.

Nel video cito il profilo Instagram di “laurapolemica”: in una sua storia ha espresso una considerazione su un fatto specifico che ho apprezzato e condiviso.

Date un’occhiata al suo profilo: ‘
“laurapolemica”

Buona visione.

-diegofanelli-

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Il blog “noninundemonesolo” (e tutti i contenuti in esso pubblicati, eventualmente condivisi anche su altre piattaforme esterne al blog stesso), di proprietà di Diego Fanelli (aka – diegofanelli – ), email: diegobruges@gmail.com, è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale.

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Parrot

Il chirurgo s’innamora del cuore che vede nel petto della donna che tiene sotto anestesia; di quale livore, dunque, dovrebbe sentirsi investito l’uomo che aspetta in sala di là, mentre nella mano stringe la collana della donna senza battiti?
Sul trespolo, uno strano pappagallo specializzato in cardiochirurgia stringe forte le zampette e la voce pedante ripete interiormente: “AMORE AMORE AMORE”: è sincrona col ritmo del muscolo striato involontario che tiene a sé; è perfettamente consapevole che reinserire il tutto nella cavità dietro lo sterno significherà far riprendere il ciclo naturale del fiato.
Col battito regolare di nuovo in atto, lui dovrà dismettere la struttura del suo impero sull’esistenza di una splendida creatura.
Allora attende…
“ATTENDE ATTENDE ATTENDE”

-diegofanelli-

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Leggo una frase tratta da: “Il Giovane Holden”, di J. D. Salinger

#leggoLeParoleCheAmo

“Spero con tutta l’anima che quando morirò qualcuno avrà tanto buonsenso da scaraventarmi nel fiume o qualcosa del genere. Qualunque cosa, piuttosto che ficcarmi in un dannato cimitero. La gente che la domenica viene a mettervi un mazzo di fiori sulla pancia e tutte quelle cretinate. Chi li vuole i fiori, quando sei morto? Nessuno.”

(J.D. Salinger)

(background song: Right here, right now – Fatboy Slim)

-diegofanelli-

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Essere Carver o Non Essere Carver: rabdomanzia e armonia dell’editing.

Ho letto “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”.

E’ di Raymond Carver, ma ho scoperto, grazie alla mia amica Giulia, che l’opera in questione nasconde una storia di editing ad opera di Gordon Lish che ha dell’interessante.

Leggiucchiando qua e là per l’internet, traendo spunto dalla tesi Master in editoria che la stessa Giulia ha redatto e aggiungendo un po’ di inventiva e fantasia personale, ne è nato questo video riflessione.

Ci scriverò anche a riguardo (una specie di sintesi di questo filmato).

Buona visione!

Il Profilo Instagram di Giulia: soleventovinoetrallalla

Il mio instagram: diegofanelli

-diegofanelli-

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Video: Di Cosa Parliamo Quando Parliamo d’Amore (alcune riflessioni a braccio)

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore?
Due chiacchiere due a riguardo prendendo spunto da un racconto di Carver.

-diegofanelli-
(la canzone in sottofondo è: Colorblind, dei Counting Crows, in versione strumentale)

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“FRANKENSTEIN”, di Mary Shelley: PIU’ UNA MIA RIFLESSIONE CHE UNA RECENSIONE…

Sequenza:
Prendere bloc-notes, prendere penna, scriverci la parola: “Frankenstein”.
Girare pagina, stringere per bene la penna tra le dita, sentire piacere e dolore per questa presa ferma e osservare l’inchiostro fluire dalla punta. Ad ogni lettera ruotare di qualche grado, continuare dalla “F” alla “N” e realizzare di aver quasi chiuso un cerchio.

Ora notare che la prima lettera è venuta piuttosto distante dall’ultima, tuttavia la circonferenza è percepibile comunque; allora adesso girare pagina, rifare la stessa procedura aumentando un po’ i gradi di rotazione, e realizzare che la “N” stavolta, nel collassare del nome su sé stesso, sovrascrive la “F”, quasi la “uccide”.

Riflessione:
L’Alfa “F” e l’Omega “N” di “Frankenstein” si relazionano, si confrontano, si scontrano. Si amano e si odiano.
E il Creatore (io) dando vita al suo “creato”, nell’atto del creare non solo finisce per “definirsi” (ciò che crea è “a sua immagine e somiglianza”), ma finisce anche per dar luce a qualcosa che è “altro da sé” (Frankenstein, in fondo, non sono io!), e quindi “Frankenstein” può, in quest’ottica, essere al contempo: autoaffermazione del suo Creatore e sua negazione: fatale nel peggiore dei casi quando la “N”, raggomitolandosi perfidamente in compagnia delle sue lettere più prossime, insidia, sino ad ingoiarla, la “F”: è una sorta di “auto-fagocitazione” più o meno consapevole. L’Omega “N” aspira con ogni mezzo alla promozione ad Alfa “N”, dando vita ad un mondo, in cui possano, nella migliore delle ipotesi, coabitare: un “F-R-A-N-K-E-N-S-T-E-I-N” e un “N-I-E-T-S-N-E-K-N-A-R-F”.
Logica perversa?
Mmm, addentriamoci nelle trame di questo grande classico di Mary Shelley…
La sinossi è nota praticamente a tutti: il dottor Frankenstein, spinto da una potente miscela di passione e bramosia riesce a dar vita ad una creatura. Le trepidanti aspettative però sono subito disattese dal terrore che l’orrida forma della “cosa” suscita nello scienziato; ed egli immediatamente nega ogni legame, rifugge ogni responsabilità e abbandona, privo di remore, quello che senza timore di smentita può essere considerato suo figlio. Ma il cosiddetto “mostro”, chiamato suo malgrado all’esistenza, ora è in vita, è al mondo, è confuso, e cosa fa?: be’, cerca di fare il possibile per adattarsi. Almeno all’inizio, perché poi, saggiando la reazione degli umani alla sua vista (la stessa di suo padre), accumulerà un carico di negatività talmente elevato che le sue iniziali buone intenzioni, da volontà di adattamento si trasformeranno in sete di vendetta: nei confronti del genere umano tutto, ma, particolarmente, nei riguardi del suo creatore reo di imperdonabile latitanza.

Trasponendo ancora una volta in termini psico-simbolici, c’è sia fase edipica che negazione della stessa: un soqquadro epistemico in grado di annientare il normale continuum evolutivo di una crisalide-figlio (qualunque forma abbia) nel processo di trasformazione in farfalla: egli che ha bisogno dell’amore-genitore, non solo è monco di uno strumento formidabile-formativo come solo quello donato dalla presenza fattiva paterna/materna, ma è pure impedito nella sua sistemazione nel mondo che l’ha chiamato in causa senza il suo volere!; e “sistemarsi” in tale mondo vuol dire crescere, e crescere vuol dire essere capaci di superare la barriera metaforica costituita da chi ci ha fatto nascere: il cosiddetto “mostro” non può quindi godere “della” (e “con”) la madre-vita, in una specie di erotica emancipazione, perché non può liberarsi secondo “giuste dinamiche” della presenza paterna, in quanto questi ha imperdonabilmente già negato il vincolo creativo scappando e disconoscendo la sua creatura.

Ecco che la fase simbolico-edipica, necessaria, sottratta per oltraggio d’abbandono, diviene desiderio di delitto tout court: il mostro, vuole uccidere colui che ai propri occhi è divenuto mostro a sua volta: anela alla distruzione del suo “Alfa” perché questi l’ha giudicato reietto, e non solo lui, ma pure la “madre-vita/umanità” con la quale, si diceva, non può godere.

E nella sua furiosa vendetta massacra, uccide: come uccide la “N” di un “Creatore” distratto che scrive “FrankensteiN” su un foglio di carta giocando alla circolarità…

E’ vero, la creatura cosiddetta “mostro” è colpevole di malvagità inaudite (è una “N” che non si è affermata in termini positivi e non ha dato vita, anzi l’ha tolta ad anime innocenti)…

Ma pure un siffatto Creatore “distratto”, per concludere…

…non è malvagio in egual misura?

-diegofanelli-

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Video: Siamo liberi di volere?

Chiediamo quello che vogliamo?
Agiamo secondo ciò che vogliamo?
Quando siamo liberi?

Una video riflessione sul tema della libertà di “volere”, ciò che “vogliamo veramente”.
Attraverso alcune metafore la discussione attraversa il meccanismo della scelta e come esso può sbloccarsi ai fini del nostro benessere.

GRAZIE alla mia amica Monica, tramite la cui recensione su Instagram de “L’uomo dei Dadi” ho tratto spunto per poter mettere in piedi la riflessione; e alla mia amica Chiara per il regalo di “Sostiene Pereira”.

-diegofanelli-

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