“COUNTRY DARK”, di CHRIS OFFUTT – la mia recensione (NO SPOILER)

Rimpicciolisci i personaggi di questa dannata storia, inseriscili in una spranga di ferro cilindrica e cava, chiudi le estremità d’uscita, e godi e soffri – al contempo – per la loro condizione.

Immaginali lì dentro (alla mercè degli eventi), e fluttuare fuori mentre dipanano le loro storie – quasi sempre colpevoli – rendendosi destinatari di cieca furia.

E osserva poi bene Tucker, il protagonista, dalla peculiarità esclusiva rispetto a tutti gli altri attori della vicenda: può essere dentro la spranga anch’egli, suo malgrado – perché è vittima pure lui degli eventi (se li è visti contro come tornadi quotidiani) -, e può esserne fuori, il maledetto; può subirne le botte, oppure brandirla e usarla per sferrare fendenti-simbolo del suo dominio sordo, e sordido, sulle trame di questo romanzo.

E anche tu, che sei lì che leggi, sei dentro quel tubo cilindrico (già, pure tu); e la peculiarità che t’appartiene è la condizione d’essere, oltre che in balìa del soldato che t’armeggia (con le tue credenze “a giudicare”, e quindi “colpire”), anche – a tratti – lettore distaccato (come un androide che osserva privo di sentimenti), così come, infine, complice-spettatore dei castighi, dei balli infernali a cui Tucker, nella sua vendetta, sottopone violentemente chiunque osi opporsi al suo personale riscatto di vita.

“Country Dark”, di Chris Offutt, è un libro duro e senza morale.
Non particolarmente crudo nelle sue immagini, ma duro (ripeto) perché altro non può derivare dalle dinamiche sviscerate asciuttamente e cinicamente dall’autore nel descrivere un veterano reduce dalla guerra in Corea, che torna nel suo Kentucky, deciso a farsi una famiglia lottando come fosse ancora in divisa contro ogni ostacolo gli si pari davanti.

È una storia di bifolchi, di corrotti, di contrabbandieri, di madri sognanti figli, mentre disperate – di fronte a ciò che ritengono sia l’incomprensibile ira di Dio al quale non negano mai una preghiera e totale sottomissione – continuano ad aprire le cosce ai propri uomini nell’attesa della benedizione del cielo al nuovo nascituro.

Chi si approccia a questo romanzo verrà lacerato (quasi senza accorgersene, paradossalmente) in plurime sezioni longitudinali, metaforiche ferite profonde inferte da un uomo mai domo, cocciuto e disperato, per il tramite della scrittura minimale (eppure incredibilmente precisa nella descrizione degli espedienti utilizzati da Tucker per cavarsela dai guai) di Offutt.

Vittime e carnefici: tutto materiale narrativo che oscilla, pericolosamente, all’interno di una spranga di ferro capace di scrivere delle terre del Kentucky.

– diegofanelli –

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Alla ricerca di verità più vere

Aaahh,
quanto m’affascina la retorica applicata all’ottenimento della ragione!

Tutto relativizza pretendendo assoluto ciò che è mera opinione…

E quanto godo, ancor di più,
se in quell’opinione scorgo il più classico dei déjà-vu…

Il vinto che (di quale guerra poi?), con parole e frasi la realtà coarta,
capziosamente a nascondere la farsa.

Deponi l’ascia, la tua guerra è finita,
concorriamo assieme, alla ricerca della verità più vera, in una nuova…

Migliore…

Partita.

#dovremmoStareTuttiPiùTranquilli
#tuttiQuindiAncheIo

– diegofanelli –
(immagine presa da internet)

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L’elusione dell’immagine di Lennon

Siamo la metà dei periodi di ferie.
Sospesi caffè caldi prima di colpire il ghiaccio nel bicchiere.

L’attesa della comprensione di un racconto, coi personaggi appena appena dichiarati.
Nomi, nomi ricordati che si fanno nomi storpiati.

Elastici da bungee jumping non ancora entrati in funzione, legati a corpi appesi verso l’elusa morte.
Tanti John Lennon su nastri matrice racchiusi chissà dove, sorpresi a dire qualche stronzata prima di registrare il primo take assoluto di working class hero…

Siamo l’attesa.
Siamo nell’attesa.
L’attimo prima della creazione.
Un tutto, che prima di rifarsi tutto, passa per un niente.

Tante elusioni dell’immagine di Lennon.

-diegofanelli-

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“BLACKOUT”, di GIANLUCA MOROZZI – la mia recensione (NO SPOILER)

Cosa cazzo sappiamo di gente sconosciuta che rimane con noi per la durata di una corsa in ascensore: un nulla, congelato dai cristalli racchiusi in un freddo saluto al piano d’incontro, fino a quelli del congedo al piano d’arrivo.

Rimaniamo perlopiù freddi, appunto: piccole locomotive sui propri binari, dalla provenienza e destinazione segrete per l’altro.

Ma gli ascensori si bloccano a volte, e, seppur ormai raramente, possono ancora sospendersi tra un piano e l’altro per molto tempo.
Davvero tanto, cazzo.

Così, le locomotive-umane che siamo, entrate in quell’iceberg di cristallo simbolico col pensiero di uscirne indenni, ecco che si ritrovano, loro malgrado, coinvolte in un processo di forzata “relazione”.
Il masso ghiacciato le ingloba, struttura un inconscio “multi-persona” con cui (e in cui) si dovrà interagire (e lottare?), come davanti ad ogni anfratto “sconosciuto-psicologico” che si rispetti.

Ferro, Claudia e Tomas sono le locomotive di questo “Blackout”, scritto da Giancarlo Morozzi: un libro crudo e (per alcuni, probabilmente) disturbante, sull’inferno che ci sfiora ogni giorno senza accorgercene, con il quale è possibile entrare in contatto per puro caso, in una giornata tremendamente calda di ferragosto a Bologna, e sentire, al contempo, torrido calore e fredda paura.

L’idea mi era piaciuta, molto; ma confesso di non aver concluso il libro con altrettanto favore: la scrittura, ok, è minimale (e questo mi piace!), purtroppo però spesso si “scrive addosso” – ripetendosi e specificando l’inutile-; infine, sembra ad un certo punto presentare le motivazioni finali in termini “posticci” e non “arrivandoci” grazie ad una trama ben congegnata sviluppatasi con naturalezza.
Infine, credo di averci trovato un po’ troppa “attesa”, senza che questo indugiare rimanesse piacevole in termini di gusto nella lettura.

Mettiamola così: l’autore mi ha incuriosito e leggerò altro di lui; sperando, di riscontrare netti miglioramenti.

Amarezza speranzosa.

-diegofanelli-

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“Zood Walking?”

“Cristo, ho viaggiato nel tempo?!”

C’erano: una casa che non conosco e un ragazzo altrettanto sconosciuto.
Un sistema Windows vecchio sullo schermo di un PC.
Un lungo corridoio, verso il quale mi sentivo chiamato a compiere un atto non meglio definito, e una porta chiusa postagli alla fine come un traguardo.
Sullo schermo del PC le credenziali di Facebook del ragazzo in bellavista.

-dammi un foglietto -, gli ho detto, -mi devi promettere di memorizzare questa cosa: io tornerò nel futuro (sì, non appartengo a questo tempo!), ed ho la sensazione che questo passaggio cancellerà il ricordo di essere stato qui; io ti cercherò su Facebook, scrivi sul foglietto il tuo nome profilo; ora ci scrivo un messaggio per me: di contattare questo nominativo una volta tornato “in avanti” e poi vedremo cosa succederà…-

L’ho lasciato lì.
Mi sono messo a correre violentemente lungo il corridoio, convinto di adempiere così alla sua tacita richiesta; la porta si faceva sempre più vicina, paura a mille, ma non ho smesso di correre…
BAM!
…hey, sono ancora tutto intero, immerso in un fluido incredibilmente colorato, magicamente vivido e ricco di sfumature cromatiche…

Mi sveglio dal sogno, stamattina; sono in questo tempo; Muttley, il mio cagnolino, è in attesa di essere portato fuori per la solita passeggiata; ricordo improvvisamente un termine: “zood walking”.

Lo cerco su internet, ho i brividi al solo pensiero di trovarne conferma: qualora esistesse, se dovesse avere qualche riferimento coi viaggi nel tempo forse avrei la conferma di aver vissuto qualcosa di incredibile…

Ma niente da fare, missione fallita. Non esiste nulla di lontanamente collegabile ai viaggi temporali.
Allora mi metto alla ricerca del “biglietto.”
Ancora una volta nisba: nessun biglietto e nessun nominativo da cercare…

Aspetta un attimo mi dico: “nel sogno avevi la certezza che avresti dimenticato tutto e che il biglietto sarebbe servito a guidarti alla ricerca di un fantomatico individuo proveniente dal passato…”

…ma tu ricordi tutto e il biglietto non c’è.
Cazzo! Era tutta una cazzata, un sogno e basta!

Muttley è seduto davanti a me, il suo sguardo sembra avere un ché di malandrino…
“Muttley”, l’hai mangiato tu?
Ma il quadrupede malefico scappa via e io rimango a letto ancora un po’ turbato.

Sono di fronte ad un dilemma: probabilmente ho il cane “dio del tempo”, custode di un segreto che non potrò estorcergli mai…

…oppure è semplicemente il solito stronzetto, custode di una pazienza verso le mie immaginazioni fantastiche che (lui) non potrà estorcermi mai…a meno di un po’ di tempo passato a “torturargli” quelle splendide orecchie ad ali da “pipistrello.”

Ecco!: “zood walking” da oggi sarà per me il mio passarmi tra le dita quelle due meravigliose parabole che il piccoletto su quattro zampe si ritrova ad incorniciargli la faccia!

…mentre mi piace pensare che questo Universo, continui a custodire meravigliosi segreti dietro la coltre di incredibili modalità.

-diegofanelli-

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Ferie quasi settembrine

S’incrociano i corpi di chi hai incontrato in passato;
seduto, un cigolìo alle spalle, attendi una bevanda al bar…

L’ arancio ai tuoi occhi, camuffa abilmente il tempo trascorso…

…da quando quella gente parlava, l’oblìo della memoria è riscattato dal sapore agrodolce del colore che bevi.

– diegofanelli –

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IL VAGABONDO DELLE STELLE, di JACK LONDON – la mia recensione (NO SPOILER)

Una cassa col doppio fondo di quelle usate dai maghi.

Sì, stampatevi questa immagine nel cervello e ora perfezionatela nei suoi dettagli immaginando che il fondo più sottoposto rappresenti l’infinito dei tempi e delle vite; quello soprastante, invece, visualizzatelo come la dimora di Darrel Standing, reclusovi all’interno con camicia di forza in perenne agonìa, almeno fino a quando con le sue sole forze saprà effettuare il “prodigio”: come un mago dell’esistenza (e delle “esistenze”) egli imparerà ad utilizzare il “trucco”: recarsi oltre la materia in quell’infinito che la cassa dischiude (e custodisce al contempo) sfuggendo così alle torture più bieche infertegli; liberarsi, non più “uomo”, ma “tutti gli uomini”, verso un unico universale in cui il molteplice diviene relazione e coesistenza aggregante del tutto.

Il “Vagabondo delle Stelle”, di Jack London, è tutto questo e molto altro; persino una metafora ardita come quella che ho utilizzato non gli rende giustizia in termini esplicativi.

Standing è un detenuto in isolamento; è un ex professore, e a causa di alcune vicissitudini si ritrova a subire la violenza della camicia di forza come strumento di tortura teso ad estorcergli una confessione: ancorché perirne, inizierà a fare scoperta delle stelle che costellano tutta la storia-tempo dell’umanità…

Vittoria della volontà, sgretolamento della materia manifestante così tutta la sua inconsistenza, Darrell si approprierà del più vero senso dell’anima racchiusa – e non reclusa – nel corpo.

A caro prezzo, ma il dono risulterà impagabile.

Il libro è un romanzo forse un po’ ripetitivo in alcuni punti (confesso che ad un certo momento ho cominciato ad attenderne la chiusura), ma conferma, tuttavia, la mia assoluta ammirazione per Jack London, autore meraviglioso.

– diegofanelli –

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Sadiche “U”

Non smetti di saltare.

Rubando sempre più la polvere ai topi, riottosi dall’uscire dalle tane, generi con essa un alone che sembrerebbe nebbia se non fosse che quei fottuti roditori sanno perfettamente che preferiresti schiattare d’infarto sotto i saltelli a mezzo corda, piuttosto che affaticarti a pulire il pavimento.

Se ti si vedesse dal davanti, in tutto lo sforzo, si vedrebbe la nera guaina stretta tra le mani distendersi in due lettere “U” simmetriche, oppositive, quella soprastante capovolta rispetto alla “U” che sfiora pericolosamente i tuoi piedi nudi.

Mettersi le scarpe, fuori discussione; il dolore che si trasformerebbe in “F” di “frusta” qualora quella nera corda passasse troppo tangente alle tue dita è uno stimolo troppo vincente, ancorché sadico, a fare di ogni salto perfezione.

Bam, bam, bam, come pistolettate!; le “U” passano ad ogni giro, ti basta fissare un punto davanti ed eclissare quel tanto che basta la coscienza sparandole nelle cervella alcuni di quei proiettili partiti dalla canna del revolver che rappresenti, ritmicamente battente su due imperativi che iniziano sempre e soltanto per due “U”, due maledettissime “U”: “Uccidi! Uccidi!”

Bam, bam, “Uccidi! Uccidi!”

Un mese e mezzo di affitto a Praga, una stanza di merda e puttane.
Sanissima la scelta della vista dell’orologio astronomico dalla finestra; Piazza della Città Vecchia a pochi passi, gente a flusso continuo, e tra i pochi pensieri che la coscienza mezza morta crivellata di revolverate saltellanti ti concede, al primo posto spicca sempre il ricordo di “Occhi Neri di Piazza Venceslao”.
Una puttana.
Recalcitrante alla libertà, quella puttana!…

…mentre in quel vicolo nei pressi di quello stronzo di Venceslao, lei disegnava sinusoidi ricorsive con le sue splendide labbra sul tuo cazzo, tu promettevi che l’uomo dalle palpebre tatuate di merda che la teneva in scacco sarebbe morto sotto i tuoi fendenti.

A metà tra piacere sessuale e dolore del sacrificio fisico, due sadiche “U”, faranno giustizia…

All’orario prefissato, smetterai di fissare l’orologio astronomico, lascerai ai roditori la guaina nera col piacere di leccare il tuo sangue e ucciderai l’uomo dalle palpebre tatuate.
A pugni nudi. Due revolver che regoleranno i conti, definitivamente, con la coscienza schifosa del mondo.

Per amore di una puttana…
Per “Occhi Neri di Piazza Venceslao”

– diegofanelli –
(immagine di Praga – Royalty Free – istockphoto)

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Un tempo lento, stasera

Un tempo lento, stasera.

Una luce soffusa, un pizzico di retorica visionaria nel luogo sconfinato incastonato tra le orecchie, e il mio cagnolino sotto il tavolino le cui orecchie mi solleticano le gambe…

Un tempo lento, stasera.
Placida, delicata solitudine.

– diegofanelli –

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